The Brutal Hopelessness of Love

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The Brutal Hopelessness of LoveUndici anni sono tanti. Talmente tanti da modificare corpi e volti. Talmente tanti da spingere le persone a fare bilanci, talvolta compendi del proprio vissuto. Questa sembra ad esempio la traccia di molto del recente cinema di Ishii Takashi. Si prenda A Night in Nude: Salvation, un ritorno sul personaggio maschile del suo noir più bello, scavato nel corpo appesantito del protagonista del primissimo episodio, ma nell’anima del suo autore. Sentito e dolente come forse nemmeno l’originario riusciva ad essere. Anche in The Brutal Hopelessness of Love, prosaico titolo anglofono che neutralizza il titolo originale giapponese, che fa invece riferimento esplicito al dolore che gli amanti usano infliggersi a vicenda, ritorna l’attore Takenaka Naoto. La sua parte è marginale, perché in questo lavoro, venuto prima invero di Salvation, il corpo invecchiato e celebrato dal regista è quello di un’altra vecchia presenza delle sue precedenti pellicole.

Kitajima Mai all’epoca fu il volto più giovane di Gonin 2, curiosa versione alternativa del celebre predecessore in cui 5 donne avevano sostituito i 5 uomini protagonisti. Accompagnata da ottime attrici, come Ootake Shinobu, Natsukawa Yui e Kimiko Yo tutte ereditate da altri film enormi1 dello stesso, a lei spettava incarnare la giovane destinata allo stesso futuro di sofferenza delle altre mature compagne. Gonin 2 allora rappresentava una sorta di reazione al precedente film, la volontà forse inconscia di tornare a parlare di donne dopo un film corale tutto al maschile e notoriamente pilotato dalla produzione. The Brutal Hopelessness of Love assume i tratti di un compendio della carriera dell’autore, che non trova modo migliore di parlare della sua visione della settima arte che tramite il corpo di una sua vecchia attrice. Tutte le sue ossessioni vengono canalizzate nel flusso di parole che l’attempata attrice interpretata dalla Kitajima usa per raccontare la sua carriera all’intervistatore Takenaka. Di proposito si parte da lì dove la carriera di Ishii si è appena incagliata, uno scorcio di sadomasochismo che sembra venire fuori dagli appena precedenti Flower and Snake. Solo una boutade però, come fosse una dimostrazione personale della capacità di essere più estremo di sé stesso. Il film prende altre forme e si annoda più volte, raccontando storie nelle storie e spesso sovrapponendo le protagoniste di queste storie. Ishii gioca la carta del metacinema, col ritorno di quella Nami protagonista eterna di tanti suoi film, figura di donna martirizzata distaccata dal proprio corpo. Nami a sua volta racconta il copione di diversi film, in cui interpreta un’attrice che interpreta a sua volta un’attrice. Un gioco di specchi che instilla subito il dubbio che Kyoko possa non esistere e si tratti invece della stessa Nami in una proiezione del proprio vissuto.

Ad aumentare la complessità ci si mette anche quello specchio che è lo schermo cinematografico. Come la Kitajima, prima di diventare attrice e prima di concedere generosi nudi, Kyoko ha un passato da Idol. Si tratta forse della sceneggiatura più ambiziosa dell’autore, scritta con la cooperazione di Isomura Itsumichi e Shikimura Yoshiko, ma il problema vero è che Ishii non è un uomo di parole, ma uno di immagini. Come spesso accade le sue storie si disuniscono e deragliano su territori altri. Il suo istinto per il cinema è la cosa veramente brutale e travolgente dei suoi lavori, la sua efficacia nel catturare ogni immagine dovuta, una vera e propria inevitabilità dell’inquadratura che va spesso a scapito del ritmo globale. Stavolta l’anarchia è mitigata dall’eccessivo carico cerebrale della storia. Sebbene la composizione del tutto sia al solito efficace, visti i fattori messi in campo, poco rimane delle due prolisse ore di storia. La ragione ultima è proprio vedere quel corpo invecchiato della Kitajima, al di là delle considerazioni socio-antropologiche che altri adoreranno fare sull’invasione di donne più mature nel cinema estremo giapponese. Lo si veda come medium fisico dell’arte dell’autore: invecchiato, pesante, dolente e pieno di cicatrici.

[1] Ootake Shinobu è la protagonista di Original Sin (1992), Yo Kimiko di A Night in Nude (1993) e Natsukawa Yui lo è in Alone in the Night (1994)

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