The Catch

Voto dell'autore: 3/5
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Gyoei no mureNon basta la firma di un grande come Tanaka Yozo alla sceneggiatura, con un curriculum ampio che va dalle lordure di Flower and Snake fino agli esperimenti lisergici dell’ultimo Suzuki, per rendere grande questo film, così come non basta il solitamente eccezionale approccio cinematografico del compianto Somai Shinji per levarlo dai rigorosi binari del dramma pauperista giapponese. Venuto giusto dopo i primi grandi successi come Tonda Couple e Sailor Suit and Machine Gun, ma prima della definizione della cifra stilistica dell’autore, esso mostra il fianco a diverse debolezze endemiche dell’industria d’intrattenimento giapponese. In qualche modo è talmente plasmato dal calco culturale / popolare per cui fu concepito da poter risultare ostico persino ai meno volenterosi tra i nippofili, per i quali diviene difficile capire le motivazioni dei personaggi per tanti versi.

Un Giappone classista, ancor più classista di quello odierno fa da sfondo alla vicenda. Il soggetto, che viene dal romanzo di Yoshimura Akira, facente parte di un’intera trilogia sulla dura vita dei pescatori, non fa niente per evitare di affondare impietosamente le mani nei tragici risvolti della cosa. La protagonista Tokiko si trova in mezzo tra due uomini: il padre Fusajiro interpretato dall’immenso Ogata Ken (Vengeance is Mine) e l’osteggiato fidanzato Shunichi interpretato da Sato Koichi (Gonin). Lo scontro di classe diviene anche scontro generazionale nella tragica favoletta morale allestita da Yoshimura. L’amore per Tokiko fa preferire al giovane una nuova carriera da pescatore a un tranquillo lavoro di gestione di un café, ma il vero problema è l’opposizione del vecchio che si rifiuta di insegnare in un primo momento il mestiere al giovane. Indebitato fino al collo, abbandonato dalla moglie con la figlia, il vecchio Ogata è un burbero che controvoglia si rassegna a portare il futuro genero con sé alla disperata ricerca della rotta dei tonni, che da pesce pregiato venduto a buon prezzo, diverrebbe risolutore nella complicata vita. La loro battuta di pesca si rivelerà tragica. Un incidente metterà in pericolo la vita di Shunichi e l’estrema dedizione di Fusajiro alla pesca lo renderà quasi mortale. A questo punto l’uomo, pentito e abbandonato dalla figlia, decide di andare alla ricerca della sua ex moglie.

In questo andirivieni, nella descrizione della vita marittima, Somai dà il meglio di sé e le caratterizzazioni funzionano più che bene. Il suo stile viene portato all’estremo, prima che raggiungesse la giusta sintesi nei più compiuti film successivi. È costituito al solito di lunghissime take, sin troppo ostentate, che data l’ambientazione finiscono talvolta per dare realmente il mal di mare per le oscillazioni. Ritorna anche l’altro vezzo di far canticchiare qualche canzone ad uno dei personaggi per definire l’umore delle scene. La madre di Tokiko canta Chanchiki-Okesa (チャンチキおけさ), classico pezzo del folklore locale, che unisce già nel titolo lo stile musicale noto come Okesa tipico delle zone marittime del settentrione e il chanchiki, uno strumento percussivo tradizionale usato spesso in associazione al rumore di piatti e posate per intonare canti corali. E proprio la coralità di una vita vicino al mare, la solidarietà della gente di bassa estrazione, è la parte più genuina. E’ in questo piccolo mondo antico che Tokiko e Koichi vivono la loro osteggiata shakespeariana storia d’amore.

Ed è questo il più grosso limite, minimamente levigato dall’immensa bravura degli attori, tra cui vi è la bella Natsume Masako nel ruolo di Tokiko, che fu leggendaria attrice scomparsa ancor più prematuramente dello stesso Somai per un cancro al seno che se la porto via alla tenera età di 27 anni. Il dramma è talvolta sin troppo teatrale e la povertà vi fa solo da sfondo senza alcuna profondità, come fosse carta da parati per una vicenda che, se fosse traslata in un ambiente più ricco, poco sposterebbe nell’economia della storia. Sembrano essere assenti dal vocabolario visivo di Somai quegli elementi che gli avrebbero permesso di radicare questa storia nella realtà che si prefiggeva di dipingere. È come si trattasse di pudore nella rappresentazione della tematica, non di rado considerata volgare da alcuni critici cinematografici, perché spesso atta a spingere le leve del pietismo piuttosto che quelle del realismo. Ma il problema vero di questo tipo di rappresentazione è proprio in questa patinatura, che nasconde alla vista dello spettatore quella sporcizia, quei colpi bassi che coraggiosamente la cinematografia giapponese non aveva evitato di risparmiare allo spettatore nelle precedenti generazioni cinematografiche, a cominciare da esempi illustri come l’Oshima di The Sun’s Burial. Sa più di verismo ottocentesco alla Malavoglia questo attaccamento al maguro, il tonno, come oggetto del desiderio che equivarrebbe al salvifico intervento della provvidenza nella vita familiare, nello stesso medesimo ruolo che aveva la «roba», le possessioni, nelle vite dei protagonisti del capolavoro di Verga. Solo che il romanzo italiano era perfettamente collocato nella sua epoca, mentre il film di Somai non lo sembra affatto e sottolinea ulteriormente come il cinema della bubble economy fosse parzialmente involuto su certi temi cari a quello del primo e secondo dopoguerra. Abbastanza debole e appena accennato è anche quel confronto tra uomo e natura, tra uomo e mare, celebrato a più riprese dalla letteratura americana di più generazioni come Melville o Hemingway. A meno che non si voglia considerare tale il sacrificio finale del giovane per dimostrare al suocero e alla moglie di sapersi sporcare le mani con il virile mestiere del pescatore. Alla fine anche quello è un vano esercizio, con un esito fin troppo scontato, perché profondamente radicato nel terreno della tragedia strappalacrime.

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