The Chaser

Voto dell'autore: 4/5
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Risollevatore delle sorti cinematografiche nazionali a inizio anno e salutato in occidente come il grande ritorno di un certo cinema coreano (soprattutto dopo il passaggio al Festival di Cannes), The Chaser è un thriller/poliziesco dalla narrazione poco scontata, duro, sanguigno, finanche sontuoso ma che assolutamente non arriva ai livelli di tanti titoli del genere usciti a ridosso della new wave locale di fine millennio. Insomma, un figlio di un tam tam di qualche critico che deve averlo notato ad un Festival e deciso di tesserne le lodi quale angelo sepolto senza magari sapere o voler sapere che di film come questo ne escono un buon numero annualmente.

Un serial killer uccide donne sfondando loro il cranio con scalpello e martello, le seziona e le seppellisce nel giardino di una casa di cui ha preso possesso. Casualmente entra in collisione con un “magnaccia”, ex investigatore che è convinto che il ragazzo abbia rivenduto le sue prostitute scomparse ad altri. Il serial killer confessa, la polizia non agisce anche a causa di un incidente politico mediatico avvenuto contemporaneamente e così l’uomo è costretto a lottare da solo per trovare la casa dove –forse- l’ultima sua protetta scomparsa potrebbe essere ancora viva.

Non è importante scoprire l’assassino, le dinamiche, gli sviluppi, visto che lo spettatore onnisciente acquisisce tutto nei primi minuti del film. Il resto del metraggio, lungo, finanche estenuante come per la maggior parte dei film sudcoreani contemporanei, è composto di tensione e ritmo vorticoso. Il film non annoia ma la lunghezza eccessiva comunque si avverte. Il regista è al suo brillante esordio anche se i problemi maggiori sono proprio nella regia, ancora poco personale e nella scrittura a tratti davvero improbabile.
I dettagli fanno la differenza e alcune sequenze sono di una forza assolutamente innegabile anche se il film non si allontana così tanto da altri titoli decisamente simili (fin dai poster promozionali) il che fa sospettare un’alta qualità del cinema sudcoreano però penalizzata da un’attuale bassa originalità. C’è chi ci ha voluto trovare citazioni gratuite del tutto a vanvera; il film ha i propri binari, a volte pecca di scarso rigore ma si rivela un’ottima refrigerante visione.
Dopo l’inutile Our Town e il sottovalutato e torrido Black House, un altro titolo intrigante dalla Corea del Sud, quasi a volere dimostrare che l’industria locale, nonostante tutto, nonostante un’apparente crisi, nonostante le ingerenze politiche americane, vuole continuare a sperimentare e a produrre grande cinema.

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