The Chinese Ghostbuster

Voto dell'autore: 2/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,00/5: 2 voti]

The Chinese GhostbusterThe Chinese Ghostbuster è uno dei titoli terminali del cinema di fantasmi di Hong Kong di cui il regista Wu Ma fu colonna portante nella sua mutevole adattabilità davanti e dietro la cinepresa. Arriva nel 1994 in coda al treno di tutti questi titoli e sembrano tutti decisamente stanchi dell’ennesima pellicola del genere, tra l’altro prodotta in estrema povertà di mezzi con scenografie quasi nulle e ambienti di ripresa che si contano sulle dita di una mano. Eppure il soggetto originale è estremamente interessante, talmente tanto che stupisce un po’ la penuria di film che narrino la storia di Zhong Kui1.

La leggenda cinese è controversa e narrata in diversi modi, così come la vera esistenza del personaggio poi assurto a mito è incerta. Zhong Kui era un promettente studente in viaggio per la capitale con l’amico Du Ping per sostenere la prova dell’esame imperiale, già resa celebre da altri film e che permetteva di diventare parte integrante dell’amministrazione dello stato. Sebbene vi siano diverse varianti2 del racconto tutte concordano nel fatto che l’imperatore non volle riconoscere i meriti di Zhong Kui all’esame a causa del suo aspetto sfigurato. Amareggiato dall’ingiusta estromissione commise suicidio garantendosi per questo la dannazione eterna, ma il re degli inferi impressionato dalle sue qualità decise di eleggerlo il re dei fantasmi. Riconoscente al caro Du Ping che si era impegnato economicamente con un prestito per fargli sostenere l’esame e si era al contempo preso cura della sorella, Zhong tornò sulla terra durante il capodanno per darla in sposa all’amico.

La popolarità vera del personaggio arrivò qualche tempo dopo. Secondo alcuni documenti della posteriore dinastia Song, in epoca Tang l’imperatore Xuanzong, gravemente malato, fece un sogno circa due spettri. Un enorme spettro che vestiva il copricapo da ufficiale lo liberò da quello più piccolo che era causa dei suo mali e si presentò come Zhong Kui. Al risveglio era guarito, così l’imperatore riconoscente e mosso a compassione dalla storia decise di consegnarlo ad imperatura gloria commissionando un dipinto che lo raffigurasse. Le raffigurazioni di Zhong Kui divennero allora tradizione fungendo da scaccia spiriti. La crescente fama del mito attraversò persino il mare qualche tempo dopo, sbarcando in Giappone dove tuttora sopravvive sotto il nome di Shoki. Le raffigurazioni per fortuna concordano un po’ ovunque con il malcapitato rappresentato con il suo aspetto mostruoso e leonino in compagnia di fantasmi a bivaccare oppure in viaggio con la sorella.

Memore probabilmente del suo passato nell’opera di Pechino, Wu Ma decide proprio di rinnovare il racconto dello sposalizio della sorella ed interpretare il re degli spettri, oggetto per l’appunto di una rappresentazione molto celebre nei teatri lirici cinesi. Ovviamente la storia è riscritta in maniera tale da trapiantarla ai tempi moderni con un gigolò, che viene accidentalmente mandato nel mondo dei morti dal taoista Lam Ching Ying in uno dei suoi classici incontri/scontri con Wu Ma. Come in tutti i film con passaggi dimensionali della tradizione di Hong Kong nasce l’amore tra la bella fantasma e l’improbabile uomo a ore. Nulla di nuovo rispetto ad una delle meravigliose idee alla base di classici come A Chinese Ghost Story o Love in the Time of Twilight, solo che l’approssimazione di questo film è quasi offensiva se accostata a quei capolavori. Telecamere perennemente puntate sul faccione di Wu Ma, brutte sequenze di kung fu per riempire metraggio, il piccolo fantasma aiutante, spesso raffigurato nei dipinti tradizionali di Zhong Kui, interpretato da un attore nano non particolarmente in ruolo e persino la bella è decisamente una starlette minore (Mondi Yau Yuet-Ching). Mancano davvero gli spunti per un film su un soggetto che avrebbe meritato di meglio e in cui persino il coefficiente sberleffo è nullo. Difficile sorridere della citazione di American Gigolò con il protagonista che si allena sotto il benevolo sguardo di un Richard Gere ritratto in foto oppure di uno dei personaggi che indossa occhiali da sole e prende a sparare come Chow Yun-Fat in A Better Tomorrow. Il risultato è talmente rabberciato attorno all’esiguo budget da non suscitare nemmeno umana simpatia, se si aggiunge al carico la tristezza di trattarsi di uno degli ultimi film con Lam Ching Ying prima della sua prematura e dolorosa scomparsa, che provocò l’incolmabile vuoto nel cinema dell’intera nazione.

Note:

[1] Chung Kuei in cantonese.
[2] Alcune varianti riguardano per esempio il motivo dell’aspetto orribile di Zhong e le modalità della sua morte.

CONDIVIDI: