The City of Violence

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The City of ViolenceUscito anche in Italia in DVD per la Dolmen, The City of Violence, il cupo film di arti marziali urbane di Ryoo Seung-Wan, presentato anche alla Mostra del Cinema di Venezia.
Un percorso anomalo quello del giovane regista, spesso all’insegna di una violenza fisica e marziale ma ogni volta affrontata con stili, temi e modalità diverse; fin dai tempi del suo Die Bad, pietra fondamentale della new wave coreana, seguito da No Blood No Tears che l’ha fatto conoscere anche al pubblico italiano grazie alla presentazione tenutasi durante una scorsa edizione del Far East Film Festival di Udine. E poi Arahan, vero atto di adorazione nei confronti del wirework e del cinema di Hong Kong fino a Crying Fist dove abbraccia l’estetica del pugilato. In The City of Violence, raccoglie tutti i suoi frutti, li macina insieme e ne ripropone un suntuoso ed elaborato melange. Un’opera che festeggia e celebra con rispetto e filologia i fasti del vecchio cinema di Hong Kong, filtrato attraverso una sensibilità cinefila vorace e onnivora di matrice coreana. C’è di tutto dentro infatti per i fans del cinema dell’ex colonia inglese, da Chang Cheh a John Woo passando per Tsui Hark e tante altre cose mai esplicite e citazioniste fini a sé stesse.
Il regista abbandona, o comunque modera, l’abuso del wirework e del digitale che aveva contraddistinto il suo precedente e piacevole Arahan e torna ad una violenza più cupa e fisica, iniettandola in un tessuto epico e melodrammatico farcito di continui flashback, in uno sviluppo morale prossimo –fatti e debiti  paragoni- al Bullet in the Head di John Woo. Lo sforzo e l’assoluta fiducia nel film ha portato il regista a scelte forti e di rottura, per ovviare al fatto di non avere avuto a disposizione il budget adeguato alla produzione (ed è infatti riuscito a dimezzarlo). Quindi pur di portare a casa il lavoro in completa autonomia e libertà, Ryoo ha dovuto scegliere attori esterni allo star system locale, ha utilizzato un folgorante super16mm come formato di ripresa al posto del classico 35mm (o di un HD) e ha impiegato atleti/attori che hanno collaborato gratis con solo una piccola garanzia di percentuale sugli incassi. In questo senso l’accorta fotografia è riuscita a produrre un risultato visivo impressionante che su questo campo inonda, e in parte fa dimenticare, la portata melodrammatica e epica che non sempre riesce ad emergere adeguatamente, rivelando come sequenze migliori –paradossalmente- quelle di raccordo tra l’azione, inventive, originali, di forte impatto emotivo.
La storia infatti potrà sembrare decisamente classica per chi conosce già il cinema di Hong Kong degli anni ’80; un gruppo di amici uniti e legatissimi vive la propria adolescenza, facendosi promesse di fedeltà e rispetto eterno. Come spesso accade però, anni dopo l’ombra del denaro porterà uno di loro a prevaricare e uccidere i suoi amici di una volta. La vendetta dei due rimasti sarà il pretesto per delle lunghe e spettacolari sequenze d’azione. La regia di Ryoo è ormai matura ma sempre vivace e moderna, ma non sempre riesce a produrre un’epica che riesca ad essere realmente emotiva. E’ un peccato perché oltre ad alcune sequenze marziali ben riuscite, anche delle scene di raccordo risultano assolutamente brillanti e suggestive. Alla fine il film si rivela nello spirito quasi un’opera di rottura per il regista ma nell’essenza perfettamente in linea con le sue opere precedenti. Un intenso e cupo blockbuster a basso budget.

Senesi Michele Man Chi:

Ryoo Seung-wan ha avuto sempre il pallino di stupire senza compromessi. Ancora giovanissimo, riesce a girare dei film l’uno completamente diverso dall’altro spaziando con disinvoltura  tra gli stili. Lasciate perdere le pur ottime tendenze commerciali intraprese da Crying Fist, Jjakpae (letteralmente “I due gangster” oppure “i compari”) è un action travolgente, un puro divertissement e una dichiarazione d’amore al cinema action e kung fu tradizionale. Con una regia che rifugge inutili virtuosismi ma che tiene un ritmo serrato costante e una splendida fotografia che riproduce la pellicola sgranata anni 70, Jjakpae rivela la passione incondizionata di Ryoo per la produzione d’arti marziali della Shaw Bros ma anche la grande influenza dei modelli americani. L’eco di Chang Cheh si sente sin dalla trama che ripercorre quella di Blood Brothers. Una storia di vendetta, quando l’attaccabrighe Pil-oh eredita il potere della mafia locale dal criminale redento Wang, ucciso vigliaccamente. Per rispettare un’antica promessa, Tae, ispettore dai modi spicci, e Sak si alleano per vendicarsi del vile Pil-oh. Questi, laido e feroce come l’Al Capone di DeNiro, citato esplicitamente in una scena, gli scatena addosso le bande criminali della città. L’ovvio riferimento a I Guerrieri della Notte di Walter Hill si palesa quando tra le bande che la coppia micidiale (lo stesso Ryoo e Jung Doo-hong) massacra, ci sono i Baseball Furies. E ancora spaghetti western, il noir di Fukasaku e nessuno mi toglie dalla testa che Jung Doo-hong assomigli troppo a Henry Silva di La Mala Ordina. Jjakpae è l’esponenziale di ciò che Ryoo aveva sperimentato già in No Blood No Tears e, per quanto riguarda le acrobazie marziali, nel “moo hyup” Arahan. Qualcuno troverà inopportunamente dei rimandi a Tarantino, soprattutto a causa della scena finale molto simile a quella presente in Kill Bill vol.1 nella House of the Blue Leaves, in cui avvengono degli inverosimili massacri di massa e che ad uno spettatore disattento o poco avvezzo al genere possono sembrare identiche. Non si voleva nominare il regista americano ma è giusto puntualizzare che il cinema citato da QT è lo stesso che Ryoo segue e riprende nel suo cinema sin dagli inizi ed è lo stesso che ha cresciuto generazioni, soprattutto ed a maggior ragione in oriente. Ryoo ha però maturato uno stile personale, esagerato, iperattivo. Vomita tutto sullo schermo con ritmo incalzante ed epilettico, stacca dalle scene con una cadenza intermittente ma assolutamente ossidata in un unico corpo in continuo moto impazzito e chiude il tutto in un’apologia della distruzione. Come in natura la supernova, Jakpae è un piccolo film che concentra ed intensifica energia al massimo delle sue potenzialità fino ad esplodere in qualsiasi momento. L’ultima rivoluzione del Martial Arts Entertainment.

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