The Coffin in the Mountain

Voto dell'autore: 4/5
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Tre anni prima del maggiore riconoscimento per Wrath of Silence il regista esordiva con un passaggio al Festival di Venezia 71 nella Settimana Internazionale della Critica con questo The Coffin in the Mountain.

Film che si va ad inserire senza traumi in un rigoglioso filone di noir cinesi rurali rappresentandone una nuova e ulteriore faccia. Meno estetizzante, con un’ambientazione sottilmente mimetica al racconto, il film poggia l’intera propria portata qualitativa nella complessa sceneggiatura ad incastri.

Un vero puzzle game, di salti indietro e avanti nel (breve) tempo, un continuo spostarsi di assi di visione, una vicenda microscopica che infilata in un caleidoscopio deflagra in una miriade di schegge composte, ognuna perfettamente posizionata nel proprio incastro. E’ un gioco al rialzo impazzito che formatta il cervello dello spettatore, spiazzandolo continuamente e costringendolo a spostamenti temporali e geografici ciclici da riordinare con continuità.

Si inizia con un omicidio, poi diventano due, forse. E forse uno non è il cadavere previsto; poi i cadaveri si scambiano di identità, come aumentano e si invertono i responsabili in un complesso gioco di incastri e rimbalzi che dal singolo assassino in fuga verso la città, sorta di rappresentazione dell’individualismo capitalista occidentale, contamina un’intera comunità solidale, fiero riflesso della collettività socialista cinese. Ma è una comunità alla deriva dove una volta tanto non sono i soldi (o almeno, non solo loro) la causa di ogni male ma qualcosa di molto più intimo; il privato, i sentimenti, i tradimenti, i rimpianti, le ambizioni, l’onore, i legami.

Una comunità che ne esce sfiancata, sordida nel non voler coinvolgere in ogni modo esterne forze di polizia (come sarebbe avvenuto in egual misura nel similare Mountain Cry, di un anno successivo) e che nel confronto e silenzio finale, di fronte ad una bara abbandonata su una collina dello Henan, raggiunge uno straziante senso di disperazione, non sempre così automatico in questo filone che seppur rappresenti spesso il meglio del cinema d’autore locale, coniugando genere e sperimentazione alta, molte volte rimane ancorato ad una deriva estetizzante eccessivamente asettica.

Un esordio straordinario a bassissimo budget che fa della narrazione l’arma primaria (nel successivo film il regista si sarebbe invece concentrato maggiormente sulla messa in scena) e che pur con incassi rapportabili al mercato di riferimento è riuscito ad ottenere dignitosissimi risultati al botteghino.

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