The Complex

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The ComplexE finalmente Hideo Nakata è tornato. Il nome che più di altri a fine anni ’90 era stato alla testa del “movimento” J-horror con il suo Ring e che aveva rivoluzionato il genere influenzandolo globalmente e indelebilmente, sembra con questo The Complex aver trovato una strada giusta, seppur unica e irripetibile. Nulla era più stato uguale dopo il suo capolavoro e probabilmente uno dei migliori titoli del genere, quel Dark Water del 2002. Poi la “période vache” personale, quel decennio nefasto (2002-2012) in cui si era inserito in un pugno di progetti qualitativamente discutibili e lontani dalle proprie corde; la tiepida esperienza americana, l’anonimo terzo capitolo della saga di Death Note (Death Note: L – Change the World, 2007), il poco originale The Incite Mill e il tiepido I Segreti della Mente (Chatroom) di produzione inglese. Nel mezzo il regista aveva diretto Apparition (Hideo Nakata’s Kaidan), quinto capitolo della saga J-Horror Theater e sorta di remake di un classico del cinema di fantasmi giapponesi degli anni ’50. E qui aveva toccato il suo picco più basso.

L’idea alla base di The Complex è geniale e pervasa da molte anime. Il film esordisce come un classico, finanche banale nel suo seguire stilemi e marche riconoscibili, film proveniente da fine anni ’90, come un proseguo pedissequo e di maniera della poetica del regista più nota e di successo. Una ragazza va a vivere in un lugubre condominio con la propria famiglia e lì iniziano ad avvenire cose “anomale”. Il regista è magistrale in questo perché nella prima parte fornisce due diverse tipologie di indizi narrativi e tecnici; da una parte ammicca al pubblico di massa esplicitando una pista narrativa evidente (che è una falsa pista solo per il fatto di nasconderne altre senza però negarne la sua “correttezza”), quasi banale, che conduce ad un atteso e prevedibile twist, così prevedibile da far storcere il naso ad uno spettatore poco attento. Al contempo, nel suo classico stile elegante e sobrio inserisce alcuni piani sequenza a spalla (con sguardo in macchina a mò di soggettiva) che cozzano vistosamente con il resto della messa in scena giocando così con un rimbalzo di punti di vista che portano allo stesso risultato narrativo già citato ma comunicando con un’altra tipologia di spettatore. Entrambe le scelte sono impopolari; da una parte chi guarda il film si indispettisce per la prevedibilità, dall’altra per questa caduta di stile apparentemente immotivata. C’è dietro totale lucidità e raziocinio, però. Nakata lascia avanzare con classe e con alcuni tocchi di innegabile suggestione e inquietudine il suo classico J-horror, fino al rovesciarne le prime carte in tavola. E siamo a metà film, tempo di capire che il fantasma apparentemente minaccioso di un anziano dell’appartamento a fianco non era un fantasma rancoroso e che la sua minaccia, “tu morirai!”, era solo una preveggenza dettata dall’esperienza, una sorta di intimo avvertimento. E’ tempo dell’inserimento del secondo twist e del secondo fantasma, questo si, lesivo. Emerge così un gioco di vittima e carnefice dell’oltretomba, il primo fantasma, un anziano, non era altro che una vittima di un secondo fantasma, un bambino, e lei, ragazza prossima alla maturità, sembra essere la prossima persona da ghermire. Tralasciamo i vari significati e riflessi politici e sociali di tali scelte (ad altri offriamo volentieri il piacere di interpretare) e si ritorna alla filologia perché le creature sovrannaturali del J-horror non sono mai monotoniche o violente tout court ma hanno dietro un universo di sensi da esplorare e rivelare; c’erano gli zombie dell’amore romantico di Stacy, i “mostri” dell’amore assoluto di Tomie e Audition, gli orrori degli amori saffici di Memento Mori, i fantasmi della famiglia e degli affetti materni di Dark Water, il rancore dell’amore negato di Ring. Stavolta il “grudge” e assenza di pace produce un fantasma della solitudine; un bambino che durante un gioco a nascondino finisce in un cassonetto poi portato all’inceneritore, inizia a ghermire gli abitanti soli di un grosso condominio della periferia giapponese. Diviene irresistibile sostituto degli affetti perduti, quasi un soffuso richiamo agli europei wurdalak; un anziano rimasto solo prima, una ragazza che ha perso la famiglia in un incidente poi e da quanto ci è dato sapere altre vittime precedentemente. I sensi di colpa della ragazza che si ritiene responsabile dell’incidente, la sua assenza di calore familiare. L’anziano morto che tenta post mortem la ricerca della pace facendo trovare il proprio corpo e avvertendo con gratitudine la ragazza. Arrivati però al terzo atto il regista opta per l’ultimo suicidio stilistico e fa quello che avrebbe dovuto fare nel suo precedente Kaidan. Adotta lo stile visivo dei film di fantasmi degli anni ’50 e ’60 mutando totalmente pelle alla propria opera che diviene improvvisamente un caleidoscopio di luci colorate epilettiche e di effetti naif; i colori, i tagli di luce iniziano ad impazzire, a correre, a vorticare senza fermarsi, sparando lame di verdi e rossi sul viso impassibile del bambino deforme coperto da un make up old school scolpito e quasi stilizzato. Prende un vecchio film di fantasmi giapponesi e lo maschera da J-horror adottando dall’uno temi e umori e dall’altro lo stile fiammeggiante della messa in scena. Nakata incontra finalmente Nakagawa e il risultato è un’opera unica e irripetibile, tipicamente giapponese e formalmente ardita. Potrebbe quasi sembrare un suicidio professionale, ma promuoviamo sempre il coraggio e la voglia di rimettersi in gioco di un maestro e questo The Complex respira vitalità e aria pulita e ventilata di collina. Si erano perse le speranze nei confronti del cinema del regista ma questa opera spinge con una certa aggressività la sua poetica e stile e dimostra che Nakata non possiede una via precisa e fissa da percorrere ma ha ancora la forza di reinventarsi, di creare nuovi flussi vitali e di esplorare immaginari ancora benefici per la settima arte.

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