The Crazy Companies

Voto dell'autore: 2/5
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Una carriera assolutamente pirotecnica quella del Wong Jing degli anni ’80, magari non totalmente in senso positivo ma comunque –nel bene o nel male- davvero curiosa. Nel 1988 ad esempio riusciva a dirigere un lavoro interessante, regalando una commedia ibrida come Mr. Possessed che si ergeva su tanta produzione precedente e questo The Crazy Companies, artisticamente uno dei punti più bassi della propria carriera. Magari non commercialmente visto il pronto sequel diretto l’anno successivo, subito prima del film di svolta God of Gamblers. Ma come difendere l’indifendibile? La storia non c’è e sembra inventata di sana pianta sul set, tramite giustapposizione continua e percettivamente infinita di scenette, estendibili all’infinito e compresse tra un “in” e un “out” ben definito. Le gag, frutto della più becera e grassa ironia cantonese, regalano anche scelte di scrittura vivaci e intelligenti ma che si possono osservare per quello che sono, ovvero invenzioni, ma che non  portano al riso se non un paio di volte in tutto il film. Oltretutto per un pubblico non avvezzo al “riso alla cantonese” vengono lanciate una serie macroscopia di gag scorrettissime sull’AIDS, sulle malattie terminali, sui ciechi, oltre ad un’aberrante scena in cui la bellissima starlette Chingmy Yau si lancia in una catena di emissioni flatulenti e rumorose in ascensore.
Fortunatamente il regista è sempre consapevole di quello che sta facendo e mette in bocca agli attori dei dialoghi appropriati; in una scena i personaggi parlano di cinema e citando i peggiori registi in assoluto nominano anche lo stesso Wong Jing.
Gli attori sono tutti dei mattatori assoluti e in questo sono irresistibili, da Andy Lau a Nat Chan, passando per Stanley Fung, Charlie Cho, Sandra Ng, Chingmy Yau e Shing Fui On, eterno villain  del cinema di Hong Kong vestito come una grottesca fusione tra Michael Jackson e Mirko di Kiss Me Licia che interpreta il poco credibile fratello di Chingmy Yau.
La direzione degli attori infatti e la messa in scena in generale regala un senso visivo incredibilmente simile a tante commedie sciocche italiane di quel periodo. Addirittura una sequenza in cui Andy Lau cerca di destreggiarsi tra due amanti al cinema, ognuna in una sala diversa, correndo da una parte all’altra ricorda vistosamente una sequenza simile interpretata da Montesano nell’italiano Grand Hotel Excelsior. Emergerebbero considerevoli dubbi sull’originalità, non fosse per il fatto che sequenze del genere erano già routine sia nel cinema di Wong Jing che in quello di Hong Kong tout court.

Curiosità: il brano musicale che si ode nella scena del bordello è cantato da Anita Mui.

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