The Donor

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Sembra parlare di temi già visti e abusati The Donor ma la mano di Zang Xi-Chuan (già assistente alla regia in passato di Zhang Yimou) è capace di restituire visioni e modalità del tutto innovative.
C’è un città rurale tipica cinese, fatta di case abusive e vecchi appartamenti rattoppati dove la gente vive serena in un contesto di senso di collettività praticando lavoretti e aprendo piccole botteghe. Sono i tipici quartieri che in alcuni casi vengono demoliti per fare spazio a nuovi palazzoni moderni in cui rilocare, quando va bene (e non è questo il caso), gli inquilini delle case fatiscenti. Tipo la Datong del film The Chinese Mayor. Al di là di un vecchio sottopasso sopra cui passa la ferrovia scorre una strada moderna, asfaltata e pulitissima che conduce al resto della città facente parte della nuova Cina, quella in prepotente espansione urbanistica. Nel quartiere rurale invece vive un uomo con moglie e figlio, ha una piccola officina dove ripara ciclomotori e con i miseri guadagni mantiene un tenore di vita tipico di quel luogo e di quella fascia sociale. L’unico rimpianto è il non potere offrire di più a suo figlio che sta frequentando le scuole e necessita di denaro per gli studi. Decide così di donare un rene alla sorella in dialisi di un uomo che abita al di là del sottopasso, nella parte più ricca della città in cambio di una cifra da capogiro ma risibile per l’altro. L’operazione sarà da manuale ma a causa dell’età dell’uomo, nonostante la compatibilità, la donna avrà un rigetto dell’organo e lo dovrà asportare. Ed è qui che giunge una richiesta particolarmente dolorosa.
L’approccio del regista è radicale, autoriale e coerente. Innanzi tutto non gioca facile con i grandi e magnificenti spazi urbani e rurali come altri suoi colleghi, siano Jia Zhangke, Diao Yinan o Larry Yang ma lavora quasi sempre su inquadrature strette ritagliando e incollandosi ai personaggi, eliminando quindi le distrazioni del contesto scenografico e lasciando la narrazione ai soli attori, sfruttando il più possibile le luci naturali sia in interno che in esterni con una resa fotografica meno “pregiata” e invadente ma totalmente mimetica al racconto.
Inoltre quella che mette in scena non è (solo) la ormai abusata vicenda delle disparità tra la Cina ricca e quella povera, con relative teorie, che vanno per la maggiore, di un paese capitalista che ha lasciato indietro stralci di cittadini visto che in un pugno di anni le retribuzioni medie di alcune parti meno abbienti della popolazione sono triplicate portando i salari medi al pari di alcuni paesi anche europei. Quello che mette in scena è piuttosto una Cina in fermento e in macroscopico sviluppo in cui parte della popolazione non riesce semplicemente a stare al passo, che avanza con uno sviluppo o meglio, con mutazioni culturali, tecnologiche e di conseguenza sociali troppo rapide affinché i cittadini specie quelli più ancorati alla tradizione fortissima del paese riescano ad adattarsi. Una nuova Cina vista anche dal popolo come fosse un turista, quella Cina degli edifici costruiti per le olimpiadi che sono visitati ogni giorno principalmente da gruppi di turisti cinesi che li osservano non come parte di sé stessi e del proprio paese ma come oggetti estranei da osservare con curiosità anziché con una attitudine partecipativa.

Tant’è che la ricerca del denaro si scontra con la consapevolezza di non avere idea di come utilizzarlo vista l’abitudine a non possederne e a non averne avuto bisogno in un contesto sociale e culturale che garantiva comunque la sopravvivenza e la possibilità di costruire un nido famigliare tradizionale prima dell’avvento dei grandi cambiamenti urbani.
Nel raccontarlo il regista lavora prima in maniera narrativa evitando le trappole del cinema facile in cui inserire i buoni poveri e i ricchi cattivi; ogni personaggio è una creatura sofferta e disperata, rispettosa e propositiva anche quando è costretta a proporre richieste inaccettabili o a donare risposte dolorose. E poi con uno stile complesso e impopolare scaglia i propri personaggi in decine e decine di estenuanti secondi di immobilismo e silenzi, interpretabili e possibili solo grazie al corpo e al volto dello straordinario Ni Da-Hong (Lethal Hostage), espressione facciale e creatura che si fa carico di tutti i mali del mondo tenendo in piedi da solo il film con i suoi sguardi laceranti e con la postura claudicante del proprio corpo.
Si regala solo un virtuosismo il regista ma che lascia il segno proponendo smaccatamente una lezione ai colleghi su come possa essere utilizzato un drone in un periodo di abuso del mezzo. La sequenza aerea che segue il protagonista su due ruote che si muove nel quartiere fino a sprofondare nella labirintica città moderna è propria del grande cinema.
Meno entusiasmante dei film degli autori citati sopra, ma più dei recenti Kaili Blues o di Mountain Cry, The Donor è l’ennesimo titolo in una manciata di anni che dimostra che questa sovrapproduzione di qualitativamente elevatissimo cinema d’autore cinese non è più una coincidenza ma un fatto con cui fare i conti e attualmente una fonte straordinaria di visioni refrigeranti per ogni appassionato di cinema. Vincitore a sorpresa del Festival di Torino 2016.

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