The Dragon Family

Voto dell'autore: 4/5
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The Dragon FamilyUn altro commento ad un film, che va costruito in maniera perfettamente schematica in modo da organizzare bene i materiali. I produttori hanno investito grosse energie per costruire una famiglia triadosa così ben composta; sono praticamente riusciti ad infilarci tutte le facce simbolo del cinema di Hong Kong di quel genere e di quel periodo. Una famiglia del genere non può che creare una certa suggestione in  ogni fan del noir/action di Hong Kong.
-O Chun Hung interpreta il capofamiglia, un numero altissimo di film sulle spalle interpretati tra Hong Kong, Taiwan e Sud Corea.
Poi i giovani.
-Alan Tam, molto vario nella carriera, ma bella faccia dura negli anni ’80 (The Last Blood, The Fortune Code, Mummy Dearest).
-Andy Lau, prima di divenire Dio in terra a fine secolo, era un ragazzaccio brutto, sporco e cattivo, spesso nei panni del triadoso equamente diviso tra playboy sciupafemmine, idiota di turno, killer spietato (Return Engagement, Gangland Odyssey, The Tigers, Gun n’ Rose, Gameboy Kids)
-Max Mok, faccia d’angelo spesso sporca di sangue e polvere da sparo (Lung Fung Restaurant) che ha recitato anche in Hero of Tomorrow insieme a Miu Kiu Wai, attore che ritroviamo anche qua insieme a mezzo cast di quel film (che era prodotto dalla stessa casa di produzione).
-Infine lo stesso regista, Lau Kar Wing, recita.
Poi c’è un altro strato di straordinari attori presi da ogni livello dello star system della Hong Kong d’oro, come Kent Cheng (The Log), l’eterno poliziotto Stanley Fung (The Inspector Wears Skirts), Shing Fui-on, e la reginetta Kara Hui. Bastano? No. Ci sono tutti i cattivi ovviamente.
Boss della famiglia villain è nientemeno che Ku Feng, veterano con trecento (!!!) film sul groppone, Norman Chu, Ken Tong, William Ho e Philip Ko.
Come fare a gestire tutti questi personaggi in un film, si chiederà qualcuno? Semplice. Basta farli convergere in un unico luogo nemmeno a metà film e abbatterne cinicamente il 95%. Così funziona il cinema di Hong Kong.
Ci sono tre famiglie triadose in città, e la Dragon sta tentando di alleggerire la propria sete di violenza creando riappacificazioni e uscendo dal mercato degli stupefacenti. Figli che vanno, figli che si laureano, figli che non sanno resistere al gioco d’azzardo e mettono nei guai l’intera gang. Il braccio destro (Norman Chu) di un boss rivale organizza una trappola per portare all’annientamento la famiglia del Drago. Muore così, ma senza colpevoli diretti, il loro boss. Durante il funerale scatta il massacro e il gangster interpretato da Norman Chu, dopo avere azzerato la famiglia del Drago uccide anche il proprio capo pur di conquistare il potere totale. Non pago dà la caccia ai pochi rimasti. Il resto del film è votato alla vendetta dei sopravvissuti che sfocerà nel vulcanico e roboante, lungo finale degno dell’A Better Tomorrow II (a cui il film ammicca più volte, e uscito solo l’anno prima). Tutto diviene un oggetto letale, finanche le architetture, i suppellettili e ogni arma lecita o meno viene utilizzata; fucili a pompa, pistole, molotov, machete, granate, spade, pugnaletti da lancio, fucili nascosti nelle “gambe”, fino a duelli a colpi di “valigia”.
L’insegnamento di John Woo, evidente, creò all’epoca un florilegio di figli più o meno legittimi e questo gli va totalmente riconosciuto. Il fatto è che un’estetica alla John Woo, non così immediatamente riciclabile soprattutto a livello tecnico, sfociò invece in un numero infinito di altri prototipi o figli ancora tutti da (ri)scoprire. Certo, il prototipo resta prototipo e i discendenti, discendenti; infatti in tutti i film nati per gemmazione solitamente si presenta uno sbilanciamento verso una componente rispetto ad un’altra, il che fa perdere il rigore al prodotto pur rendendolo uno straordinario oggetto di interesse per motivi ben particolari e immediatamente riconoscibili.
In questo caso ad esempio la regia non c’è proprio, scialba, esile, anonima, fattore che crea ancora più contrasto nel momento in cui essa si mette a totale servizio delle articolate e telluriche coreografie balistiche.
E arriviamo al punto decisivo ossia ai ben tre addetti agli stunts, Deon Lam, Mak Wai Cheung e Marcus Fok e un inventivo ed efficace Liu Chia Liang alle coreografie marziali e balistiche. Quest’ultimo, nonostante le male lingue l’abbiano dato per spento dopo i fasti degli Shaw Brothers, negli ottanta e novanta ha tentato comunque di reinventarsi soprattutto in prodotti action urbani (il dittico di Tiger on the Beat) con efficacia e competenza, magari senza brillare più come nel passato, visto che nel frattempo un’altra pagina di storia si era aperta, pagina che in parte comunque è riuscito a seguire dignitosamente.
Liu è rimasto coerente con la sua idea più fisica della coreografia, di una spettacolarità ovattata in cui è il corpo e non l’artifizio a rappresentare lo spettacolo. Così i personaggi dei suoi action non spiccano mai il volo gratuitamente ma cercano un pretesto (seppur flebile) per produrre “divertimento” e intrattenimento. Le coreografie sono vulcaniche e inventive, ovviamente ripartono dall’insegnamento di Woo ma perdono in finezza guadagnando in violenza e brutalità, dissolute, senza cornici o sovrastrutture. Se anche la narrazione è abbastanza loffia, il film va assolutamente menzionato per l’incredibile, unico, cast che è riuscito a mettere insieme, per la gratuità ed efficacia melodrammatica e proprio per queste voracissime sequenze action che ancora oggi fanno la loro (gran) figura.

Nella galleria tutti i componenti della Dragon Family.

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