The Eighth Happiness

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The Eighth HappinessLontano anni luce dalle commedie sofisticate del decennio successivo targate Milkyway, Johnnie To dirige un film estensibile o accorciabile a piacimento un pò come era il W la Foca di Nando Cicero. La storia pretestuosa (inesistente?) è composta da blocchi giustapposti l’uno dopo l’altro, spesso del tutto slegati dall’esile filo principale della narrazione. Alla fine si prende consapevolezza che la storia sono gli stessi attori e i loro personaggi che da soli tengono sulle spalle l’intera struttura narrativa, probabile frutto dell’ennesimo brainstorming creativo della Cinema City. Su tutti si erge un Chow Yun-fat che gigioneggia ai massimi livelli tra classici fraintendimenti sentimentali e matrimoniali, lontanissimi però dalle vette raggiunte dall’attore lo stesso anno nel ben più interessante e illuminante A Diary of a Big Man di Chor Yuen. La formula è simile per certi versi a All’s Well, Ends Well, la regia di To tenuta a freno a livelli medi e soffocata sotto le esigenze attoriali (e produttive, evidentissimo il tocco della Cinema City); nonostante tutto il film fu un incredibile successo. La “storia” narra delle vicende sentimentali di tre personaggi che lavorano nel mondo dello spettacolo e le loro infinite casualità, fraintendimenti e problematiche sentimentali. Il finale meta teatrale (come accade fin troppo spesso nel cinema di Hong Kong) all’opera di Pechino scioglierà tutti i fili e ricondenserà gli intrighi narrativi, regalando anche diversi cameo celebri (Karl Maka, Teddy Robin Kwan, John Sham) oltre a Mark Gor (il protagonista di A Better Tomorrow di John Woo) in impermeabile d’ordinanza e stecchino in bocca [producendo così un doppio Chow yun-fat, uno in platea, l’altro sul palco in versione opera di Pechino]. Uno (il?) dei peggiori Johnnie To, assolutamente evitabile.

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