The Forbidden Legend: Sex & Chopsticks

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The Forbidden Legend: Sex & ChopsticksOperazione nostalgia. Questo film è come i seni delle protagoniste. Certo cinema di Hong Kong è ormai andato, diciamolo. Film come Sex & Zen, A Chinese Torture Chamber Story et similia, perle di raro stupore, di estremi ludici, di colorata meraviglia degli eccessi, gemme perse in un mare di produzione di celluloide degli anni ottanta e novanta. E così Chin Man Kei regista di un classico dei CATIII, Eternal Evil of Asia e di Sex & Zen II torna sul set per questo erotico in costume tratto da Jin Ping Mei (The Plum in the Golden Vase), un racconto classico cinese considerato uno dei quattro classici della letteratura della dinastia Ming (a fianco di Viaggio in Occidente, Water Margin e Dream of the Red Chamber). A fomentare quest’opera la venefica My Way Film Company Limited, abituata ad operazioni d’antan e costretta (?) ad assoldare un cast di collaudate e “dotate” pornostar giapponesi (qualcosa è cambiato nel pudore delle attrici dell’ex colonia dopo lo scandalo sessuale di Edison Chen?). A parte la presenza inspiegabile e curiosa nel cast di un veterano del calibro di Norman Chu Siu-Keung (We’re Going to Eat You, Tsui Hark, 1980) va ammesso che la mano del regista, unita ad una fotografia pastello intensa funzionano e ripetono con un certo successo gli stilemi di un tempo. Forse troppo, fino a sfociare nella maniera e all’autoimitazione compiaciuta a tavolino. Perché purtroppo va fatto lo stesso, identico discorso che abbiamo fatto per altri generi, kung fu in primis (qualcuno ha detto Ip Man?). Se si vuole ancora affrontare un genere così codificato va reinterpretato, o reinventato o rivoluzionato o spinto agli eccessi; da qui non si esce. Ripetere in maniera tiepida e pedissequa quello che è stato non potrà di certo aiutare il cinema locale. Un pugno di buon wirework, un pizzico di sesso acrobatico che non arriva mai ai livelli di eccesso del passato, non possono fare deflagrare il film se non nel cuore di un pubblico a digiuno di tutto. Ma probabilmente nemmeno in quello visto che chi cerca “emozioni” sensualmente ardite troverà di certo materiali più espliciti in giro mentre chi è a caccia di un film fatto di eccessi o un po’ di nostalgia del passato non sarà egualmente appagato. Non un brutto prodotto, ma un’opera vuota e “sterile” (che per un erotico è un termine duro da sostenere). Un paragone semplice semplice che mostra il passare dei tempi; dodici anni fa Cash Chin Man-Kei dirigeva Sex & Zen II che regalava una nudissima, morbida e strabordante Shu Qi di sconvolgente sensualità e bellezza pregiata dai suoi soffici seni torniti. Oggi siamo innaffiati da adorabili ninfette armate di tette stereotipate iniettate di silicone rigido e scolpito. Come il film. E ovviamente in coda al film si annuncia l’immediato sequel. Puntualmente prodotto.

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