The Geisha House

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The Geisha HouseOmocha (stavolta il titolo originale lo preferiamo a quello internazionale) è l’ultimo film del regista prima del dittico Battle Royale (2000) ed è profondamente legato al film successivo. Ormai Fukasaku iniziava ad avere uno sguardo critico e al contempo nostalgico e crepuscolare. Ma andiamo con ordine. Il film è ambientato negli anni ‘50, nei quartieri del piacere di Kyoto, focalizzando l’attenzione su una casa di geisha (la Geisha House del titolo internazionale) nel periodo in cui venivano promosse le leggi atte a rendere illegale la prostituzione. Omocha invece (dal titolo originale) è il nome da geisha di una maiko, ragazzina al servizio della casa. Il film di Mizoguchiana memoria (come dimenticare il suo A Geisha?) non ha grosse impennate (se non emotive), né svolte improvvise, non ha sequenze action, né brutali scene di sesso nonostante il tema trattato (comuni ad altri film del regista) ma procede placido e pacato, con uno sguardo quasi documentarista unito però alla solita sapienza cinematografica. Nonostante tutto questo, il film non annoia un attimo, sprofondato in scenografie e set perfetti e stupendi, recitato in modo sublime, con alcune classiche trovate sperimentali care al regista (variazioni del chroma, freeze frame, ralenti e ritocchi dell’immagine in postproduzione). Anche gli splendidi titoli di testa, ritoccati in digitale sorprendono per la freschezza e originalità e non possono non essere stati visti da Satoshi Kon per il suo Millennium Actress. A livello narrativo la storia procede mostrando la vita e le motivazioni della ragazzina, i conflitti morali della padrona della casa, la frizzante vitalità delle altre geisha, il tutto ambientato in un contesto storico e sociale che offre diversi spunti narrativi (la moglie del finanziatore della casa, attiva contro la prostituzione scopre all’improvviso il vizietto di marito e figlio). Il film possiede anche il duplice merito di mostrare ad uno spettatore occidentale, perennemente incrostato nelle convinzioni sessiste di geisha=puttana, la complessità di questa figura e al contempo permette al regista di portare avanti in modo sotterraneo alcune tematiche a lui care che sarebbero esplose da lì a poco nei due Battle Royale (e chissà cosa sarebbe potuto venire dopo). Ormai arrivato al proprio crepuscolo il regista pian piano perde i freni inibitori sociali ed inizia ad urlare proprio come gli yakuza dei suoi film e lo fa con l’arte; teme e prende atto che tutto ciò che non è accettabile agli occhi della società sia destinato a scomparire (come in questo caso la tradizione delle geisha house), proprio come in Battle Royale dove i ragazzini devono scegliere se combattere ed opporsi ad una legge che cerca di dissolverli o arrendersi e sciogliere tutta la propria identità. Come ha detto Denis Brusseaux “…nostalgico (tre delle attrici sono vecchie star degli anni ’60) e crepuscolare, impertinente, recitato alla perfezione e dotato di décors superbi, il film culmina nella sua ultima mezz’ora, canto di amore alle tradizioni e soprattutto messaggio pieno di speranza indirizzato alla giovinezza”. Guardando al resto dei credits poi non si può che sorridere di piacere notando tanti nomi classici della storia del cinema giapponese. Va ricordato che la sceneggiatura è nientemeno che di Kaneto Shindo, altro maestro del cinema giapponese e regista di classici dell’horror del calibro di Onibaba e Kuroneko ed è tratta da un soggetto che Fukasaku teneva nel cassetto da ben trent’anni. Le musiche sono invece di Misamichi Amano responsabile delle note del caposaldo del genere” TEENtacolare” Urotsukidoji, mentre tra gli attori scopriamo con vivo piacere la presenza di Junko- Red Peony Gambler -Fuji, Kaho Minami (Yokai Daisenso, Infection), Yumiko Nogawa (Gate of Flesh) e moltissimi altri nomi noti del cinema giapponese del passato. Un film poco noto del regista, assolutamente da riscoprire e da amare, un gioiello cinematografico di strepitosa freschezza, che dimostra la continuità qualitativa del maestro Fukasaku.

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