The Ghost Snatchers

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The Ghost Snatchers5% Ghostbusters, 50% Lam Nai-choi, 45% Wong Jing; questa la formula chimica che potrebbe riassumere l’entità di The Ghost Snatchers.

Un grattacielo gode di un pessimo feng shui, funge da varco per una dimensione parallela in cui è sepolto il cadavere di un generale giapponese suicida dopo la grande sconfitta e l’intero edificio è attraversato da fantasmi militari del Sol Levante. Una donna posseduta (Chui Suk Woon, una fedele del regista) deve incentivare il ritorno del grande soldato mentre una nuova goffa guardia del luogo (Wong Jing in veste di attore) tenta con l’aiuto di un suo amico (Stanley Fung Shui Fan), della sua ragazza (Joey Wong) e di una medium (Joyce Mina Godenzi) di bloccare la nefasta invasione.

Commedia horror in cui, come d’abitudine, gli umori e i generi più disparati si fondono non sempre con un gusto levigato ma innegabilmente avvincente; si passa dalla commedia più becera tipicamente cantonese e le sequenze di gioco d’azzardo (sia poker che mah-jong) tipiche del cinema di Wong Jing, all’horror splatter e inventivo invece di tipica mano di Lam, passando per risate strappate a fatica e sequenze finanche inquietanti, a parti di pura azione. Un cinema fatto di momenti e invenzioni come al solito, che non sempre regge il fiato negli attimi di raccordo. Vale la pena citare l’inizio in cui una spaventata Chui Suk Woon, lungo un corridoio che sembra non avere fine virato blu e tempestato da vento e fumo, è aggredita e denudata da braccia putrefatte che escono dalle pareti. Troviamo poi una TV alla quale spuntano le gambe al fine di inseguire una vittima, un fantasma che si strappa il cuore e lo offre a Michael Chan Wai Man che viene a sua volta schiacciato da una mano gigante sbucata dal nulla, come, in una visione, Joey Wong a letto viene sezionata da una ghigliottina gigante che piove dal soffitto della propria stanza. Sul finale troviamo un riuscito bis di un film del regista dello stesso anno, ovvero uno scontro tra i due “eroi” e uno scheletro animato, sequenza già presente nel suo The Seventh Curse. Ma come abbiamo già detto, il cinema di Lam Nai-choi, ogni suo film, viene solitamente ricordato per una sequenza climax, sia il duello “cane contro gatto” di The Cat o lo strangolamento con le budella di Story of Ricky; questa volta tocca al “fantasma del mah-jong” ovvero una creatura realizzata in stile “muppets”, dotata di occhiali da sole e proboscide che durante le partite del gioco interviene subdolamente per controllare i risultati e produrre vittorie e sconfitte a seconda della fortuna o meno di un individuo.
Il cinema del regista, anche in film minori come questo, risulta innegabilmente divertente, dotato di una volontà ferrea di sorprendere con ciclicità grazie alla proprie idee malsane e inaspettate. Questo film non fa differenza; forse la presenza ingombrante di Wong Jing regala alcune sezioni più fragili ma resta un’opera –seppur esile- del tutto impensata e sicuramente sorprendente.
Ha almeno il pregio di affrontare un genere che in quegli anni era abusato, senza citare apertamente il campione di incassi dell’anno precedente, quel Mr. Vampire che ha prodotto in un pugno di anni, decine di cloni più o meno diretti.

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