The Girl Who Leapt Throught Time

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [5,00/5: 2 voti]

Ōbayashi Nobuhiko è un autore che prendendo qualunque soggetto riesce a trasformarlo in un’opera satura di fulgore e scintillante resa qualitativa. In questo caso adatta un fortunato romanzo del 1964 di Tsutsui Yasutaka, The Girl Who Leapt Through Time (Toki wo Kakeru Shōjo / 時をかける少女), opera che negli anni successivi verrà di nuovo trasposta in film, serie tv, anime e manga. Anziché però adottare un sentimento apertamente pop e frenetico come sarà quello della straordinaria versione animata del 2006 di Hosoda Mamoru, opta per un oggetto di ben più difficile accesso; regia più pacata e ricercata, tempi dilatati, gusto prossimo al perturbante più che spensierato, ai limiti dell’horror. Se il film d’animazione omonimo toccherà l’adolescenza della spensieratezza riflettendo le energie stesse degli adolescenti anche in una regia altamente interventista, Obayashi agisce con un tatto agrodolce, luttuoso e con qualche tocco di surrealismo proprio del suo cinema. Certo, non siamo ai livelli della follia del suo capolavoro House, ma anche qui a livello di messa in scena numerosi sono i momenti degni di nota; un’intera sequenza risolta in pixilation, ratio dello schermo che muta secondo senso fino alla straordinaria inquadratura finale. Obayashi arriva dalla pubblicità e anche qui come in altre sue opere se ne scorgono alcune eleganti tendenze prima fra tutti la affascinante fotografia, in parte vicina al patinato, accompagnata da ombre e neri pieni, ma pinta di leggiadre tinte pastello.

La protagonista il mattino successivo ad una giornata particolarmente complessa si risveglia esattamente nel giorno precedente ripetendo consapevolmente le dinamiche già vissute. Cerca così di capire il perché e di diventare protagonista attiva del proprio presente e futuro.

A differenza di altre trasposizioni, Obayashi non cede al gioco facile degli eccessivi salti nel tempo e paradossi temporali -che in realtà sono ben pochi- ma si interessa di più al melodramma, al lutto, alla perdita degli affetti, al passare e alla fuga del tempo, l’adolescenza che se ne va lasciando rimpianti, emergendo anche in questo caso da un film popolare mutuato da qualcosa di ben più complesso.

Il film è l’esordio per l’attrice Harada Tomoyo che interpreta la protagonista e canta il pezzo principale della colonna sonora che sarebbe diventato un classico indipendentemente dal film stesso. Sul finale che accompagna e in parte anticipa come struttura i titoli di coda di tante serie animate del futuro, la vediamo in un ennesimo tocco di genialità del regista, ovvero ripercorrere le sequenze più incisive del film rivisitate però in chiave musicale.

Per chi ancora crede che l’originalità e l’inventiva siano valori fondanti dell’arte e delle arti, questo film così come l’intera filmografia del regista, si rivelano come pietre miliari da fruire in toto per ottenere una garantita gratifica sensoriale e intellettiva.

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