The Grandmaster

Voto dell'autore: 4/5
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The Grandmaster di Wong Kar-WaiDopo una lunga gestazione, rimandi e notizie trapelate qui e là ad alimentare le aspettative, a cui si era aggiunto un trailer che diceva tutto e niente, l’ultima fatica di Wong Kar-Wai è finalmente arrivata. Con il ricordo ancora vivido del tiepido My Blueberry Nights, è con tanta curiosità che ci si avvicina a questo lungometraggio. Ed è bene sgombrare il campo da ogni dubbio: era dai tempi di In The Mood For Love che non si vedeva un Wong Kar-Wai così in forma.
Certo la sensazione finale che rimane a visione ultimata è quella di un film incompleto, qui e là sfilacciato, che si muove su territori sicuri e già noti della poetica dell’autore senza osare nuove strade. Per non parlare di almeno un personaggio, il The Razor di Chang Chen, introdotto e abbandonato senza che il suo intervento aggiunga alcunché di significativo all’impianto narrativo globale. Tuttavia, pur di fronte ai limiti evidenti dell’opera rimane innegabile il fascino che sprigionano gran parte delle sue immagini. La prima mezz’ora, in particolare, è un’introduzione all’universo di Ip Man che fa dimenticare le altre recenti pellicole sullo storico maestro di arti marziali. La regia accompagna con eleganza euclidea le coreografie di Yuen Wo-Ping, tra rallenty esasperati e la messa in scena di un compendio di tecniche di combattimento assolutamente affascinanti. Dimentichiamoci ad ogni modo l’illeggibilità e la sperimentazione stilistica di Ashes of Time, che continua a confermarsi episodio isolato ed irripetibile nella carriera di Wong Kar-Wai. Di quell’immenso wuxia, The Grandmaster sembra giusto riprendere alcune riflessioni sul tempo e le stagioni, e a voler essere azzardati la voce fuori campo che ci guida nella storia. Qui gli scontri vanno in direzione completamente opposta. Lenti e morbidi, almeno fino all’ingresso di The Razor dove la violenza si fa più vibrante, consentono di cogliere ogni movimento marziale, con la macchina da presa che non perde un dettaglio e il montaggio di ogni sequenza di lotta che restituisce tutto quanto avviene sullo schermo da angoli più convenzionali di quelli utilizzati nel capolavoro del 1994. Il resto, che poi è quello che più conta in questo caso, si riallaccia alla malinconia, all’amore, al sacrificio e all’impossibilità di gestire il destino, tutte componenti chiave della filmografia del cineasta di Hong Kong. Elementi ricorrenti della sua produzione sono rintracciabili anche qui, come ad esempio le ellissi narrative e il confronto a colpi di sguardi dove è il silenzio a dirla più lunga. In fondo, The Grandmaster poco aggiunge a quanto già si conosce di Wong Kar-Wai. Ci sono momenti che sembrano suggerire collegamenti a Hong Kong Express e a In The Mood For Love, si veda il rapido scorrere della gente intorno a Gong Er mentre attende Ma San alla stazione dei treni o la conversazione tra lei e Ip Man al tavolo prima, e per la strada poi. L’umore generale è quello che contraddistingue la carriera del regista fin dagli esordi, del resto, e si può tranquillamente dire che più che riflettere sulle arti marziali e sulla storia di Ip Man, The Grandmaster sia una riflessione su chi quella storia l’ha vissuta e subita. Wong Kar-Wai pone al centro dell’attenzione, come sempre, le emozioni dei personaggi, lasciando in secondo piano eventi determinanti come, per dire, l’invasione giapponese, giusto toccata perché impossibile da dimenticare. Sono comunque i suoi protagonisti ed i rapporti che si sviluppano tra loro a fare da perno all’intreccio, ed è per questo che l’aver inserito e poi trascurato la figura di The Razor stona un po’ con quanto rimane alla fine di quello che è stato raccontato. Sarebbe stato decisamente più interessante capire fino a che punto questo personaggio abbia avuto un senso nelle vite di Gong Er e Ip Man. Nonostante la smentita da parte di Wong Kar-Wai stesso della versione di quattro ore di The Grandmaster, è più che lecito rimanere in attesa di una versione (redux?) che dia il giusto spazio a The Razor.
The Grandmaster si sgancia, come ci si poteva aspettare, da quanto è stato detto finora sulla figura di Ip Man, mostrandoci aspetti della sua vita che inevitabilmente hanno a che fare con le arti marziali ma che in qualche modo non le pongono in prima linea. Di fatto, Wong Kar-Wai sembra voler presentare un Ip Man più umano ed aperto, con una prova che non appassionerà certo chi va in certa di grande azione. Il film è però un gran bel ritorno di un autore che da due lavori a questa parte sembrava aver perso, o quanto meno levigato, il talento degli esordi. Farà discutere, questo è sicuro.

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