The Great Hypnotist

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The Great Hypnotist rappresenta in un certo senso il punto di arrivo e di contatto tra il cinema cinese e quello hollywoodiano. Ormai praticamente ogni gap è stato colmato, in un pugno di anni, incluso quello degli incassi e del numero di produzioni. Ma anziché  -fortunatamente- riflettere il cinema del presente come tanti blockbuster puerili, eccessivi e spesso inutili realizzati in Cina, questo titotlo punta ad un umore tipicamente degli anni ’90 quando Hollywood ebbe un attimo di veglia e di coraggio superiore alla (propria) media. Il Sesto Senso principalmente (dichiarato apertamente nel film) come I Soliti Sospetti, ovvero un cinema cervellotico e particolarmente di scrittura, con poche location e personaggi e una scrittura ad orologeria fatta di twist e di apparenze che non sono mai reali.
Xu Ruining (Xu Zheng) è un referenziato ipnotista con metodi poco ortodossi ma dai successi riconosciuti. E’ proprio in riferimento all’indiscusso talento che gli viene data in cura una ragazza, Ren Xiaoyan (Karen Mok), traumatizzata e convinta di essere perseguitata dalla continua apparizione degli spiriti dei defunti. Ma quello che avverrà durante una lunga sessione di ipnosi sarà un vero tour de force di rivelazioni e colpi di scena.
Checchè se ne dica i due film citati non sono né scopiazzati né presi a modello ma solo apertamente utilizzati come metodo di cinema, principalmente di scrittura. Per il resto Leste Chen torna -per poco- alle atmosfere del suo esordio, il poco convincente The Heirloom, ma con tutto il lusso e le possibilità espressive portate dai capitali cinesi che possono permettere scenografie pantagrueliche, una fotografia ricercatissima e una regia particolarmente capace. Si parte così dalle atmosfere degli horror, si sprofonda in un thriller e un mystery per poi accarezzare un sentito melodramma. Parzialmente prevedibile per i cinefili, il film riesce nonostante tutto a coinvolgere e a immobilizzare lo spettatore, forte anche della coppia di attori in ruolo, Xu Zheng (Lost in Thailand, Breakup Buddies) che dimostra per l’ennesima volta di sapersi muovere sia nel drammatico che nella commedia e una ritrovata Karen Mok (Black Mask) che non ha perso nulla del suo splendore e talento rispetto ai fasti dei bei tempi del cinema di Hong Kong.
Un film quindi inaspettato che rivela la varietà e la ricerca di differenti fette di mercato per il cinema locale, pregiato da un ottimo riscontro al botteghino. Il regista subito dopo tornerà alla commedia dirigendo il remake di un buffo e medio film coreano.

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