The Great Wall

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“State attenti, non è una storia vera”, recitano le scritte in sovraimpressione. “E ci mancherebbe”, vien da dire. Loschi e barbuti figuri cavalcano in un paesaggio vagamente mediorientale, inseguiti da tribú autoctone, ma no, non è Il Tredicesimo Guerriero; presto l’irsuto cavaliere, dietro alla cui peluria si cela proprio lui, Matt Damon, raggiungerà un muro. Sospresa numero due, non è il solito muro, né per estensione né per funzione; vegliato da un misterioso corpo militare chiamato l’Ordine Senza Nome,  composto da cinesi armati fino ai denti, serve a contenere l’irruenza di un esercito immane di bestiacce mitologiche, i “taotie” (probabilmente così incazzati per l’errore di battitura nei sottotitoli dove compaiono insistentemente  come “taotEi”), poco simpatici incroci tra baby Godzilla e i “mannari” de Il Signore degli Anelli. “Cari amici dagli occhi a mandorla, io e il mio compagno siamo mercanti. Anzi, in realtà siamo marines medievali al soldo di non si sa bene chi e cerchiamo la polvere da sparo per rubarne il segreto e portarlo in Europa”, ma non c’è problema, qui sulla muraglia non si butta via niente, neanche il barbaro occidentale. Inoltre il redivivo Sir Willem Dafoe, tra una boccata d’oppio e l’altra, ci ha insegnato l’inglese livello C1. Così l’arciere-cecchino dal lungo capello Matt Damon e il suo socio iberico (Pedro Pascal) si ritrovano loro malgrado coinvolti nella lotta tra il mostruosamente organizzato Ordine Senza Nome e gli organizzatissimi mostri il cui scopo è spazzolarsi fino all’ultima briciola l’intero Regno di Mezzo. Ma cosa prevarrà, la solidarietà umana o la brama per la “polvere nera”?

Aveva del titanico, il sogno della Legendary Entertainment (recentemente inglobata dal colosso cinese Wanda Group). Ma era anche possibile, tremendamente possibile: prendere un soggetto delirante di Max “World War Z” Brooks e farne un kolossal a tutti gli effetti multiculturale, ove concentrare tutto il potenziale di business scaturito dall’unione dei giganti del cinema di ieri e di oggi e farlo deflagrare in un’esplosione che radesse al suolo i box office di praticamente tutto il mondo.  Subentra nientemeno che Zhang Yimou alla regia e il gioco è fatto: budget faraonico (imperiale?) per il più costoso film mai prodotto in Cina con tanto di piccola-grande muraglia costruita appositamente, cast ragguardevole di star occidentali e orientali (Andy Lau e la splendida Jing Tian che curiosamente rivedremo anche in Kong: Skull Island) e si entra di diritto nella storia. Oltretutto il momento è buono per una serie di circostanze e tendenze attuali: il proliferare del neo-monster movie, la ribalta del cinema della Mainland in cerca di disperata affermazione nei botteghini al di fuori dell’Asia, da cui mega coproduzioni intercontinentali a cui si auspica che il pubblico farà presto abitudine. Purtroppo, alla comparsa delle prime foto di Matt Damon sulla grande muraglia, i vari “angry asian men” del web perdono le staffe: razzismo, white saviour, operazione commerciale, “che senso ha la trama?”, etc, etc. La stampa cinese d’altro canto, preoccupata di fomentare ulteriormente l’hype, si limita a vaticinare innocuamente la nascita di un filone di “eroi cinesi” da far sorgere a fianco dei vari franchise americani. Il 15 dicembre The Great Wall,  largamente anticipato e pubblicizzato fino ai limiti dell’umanamente sopportabile, esce nei cinema cinesi, con i consueti prezzi di lancio/d’assalto. Piacerà o no? Ma soprattutto, qual è la verità?
La verità è che si sente la mano di un certo Zhang in regia, uno che sarebbe stato molto facile apostrofare con generici “venduto” e altre amenità. Ma oltre a donare al film una forma quasi impeccabile (esclusa l’incomprensibilitá di certe frettolose sequenze), fluidità ed eleganza stilistica, il suo mestiere rende compiutamente The Great Wall quello che doveva essere, ossia un film anche e soprattutto profondamente cinese, con buona pace dei detrattori. La spettacolaritá delle sequenze d’azione si sposa a momenti di accennato lirismo (!) estranei al blockbuster americano come solo il miglior Tsui Hark, tra panoramiche della muraglia, lanterne volanti, coreografie militaresche che ci trascinano al centro di curatissime composizioni cromatiche. La messinscena vorticosa e incalzante, dove non mancano intuizioni di livello, ci fa sorvolare su quella che come preventivato si rivela una sceneggiatura a tratti infantile, fiabesca ma se non altro un minimo coscienziosa nel suo prendersi poco sul serio. Vero è che in certi frangenti si fa scoprire a un passo dal piombare nel più totale ridicolo, tra twist improbabili e risoluzioni fin troppo immediate e semplicistiche. Oltre alla consueta e mai così massiccia sospensione dell’incredulità, per apprezzare la buona dose di divertimento che The Great Wall sotto sotto ha da offrire, ci verrà chiesto di passare oltre personaggi scritti vergognosamente male (Willem Dafoe, avvistato mentre si aggira terrorizzato sulla muraglia a suo agio quanto un rabbino sotto acido alla messa di natale) e altri profondi quanto un alito di brezza primaverile sulla muraglia (il generale-macchietta). Nonché insistite parentesi da buddy movie tra Damon e il suo socio. L’anomalia più grande e degna di lode della sceneggiatura è forse rappresentata da Damon e Jing Tian che si “friendzonano” a vicenda come in uno shootout, senza pietà per il pubblico in cerca del bacino. Ma se la scrittura non è esattamente il metro adatto a giudicare un film del genere, i punti di interesse che ci offre sono ben altri.

La disciplina sovrumana dell’Ordine Senza Nome è parabola dell’efficienza dello stato cinese e dei membri al suo interno coordinati nella lotta per il successo; Matt Damon, l’occidente, capitatovi in mezzo non può che rimanerne stupito e ammaliato. Ma alla grande macchina maniacalmente perfetta dei plotoni orientali, tra postazioni, macchinari, lavoro di squadra e spirito d’abnegazione, lui e il suo compare rispondono con l’estro e la prodezza individuale, l’evasione dallo schema che si fa spettacolo e che offre più di una soluzione ai pericoli rappresentati dall’attacco dei taotie. Eppure loro sono giunti fin lì alla ricerca di una conoscenza mitica, quasi arcana, inaccessibile anche alla loro scaltrezza e al loro inconsapevole quanto sprezzante eroismo. The Great Wall si fa così non troppo nascosta metafora della collaborazione tra Oriente e Occidente, partendo da interessi pratici per entrambe le fazioni (sempre sottolineando quanto quelli degli orientali siano più eticamente corretti) e volgendosi al “bene” dell’umanità: se i taotie conquistano la Cina, arriveranno anche in tutto il resto del mondo. Ma non è comunque per questo che Matt Damon sceglie di combatterli a fianco dei cinesi. Jing Tian, Andy Lau e tutti gli altri con il loro valore gli “insegnano” nuovamente la civiltà e lo aiutano a recuperare la fede nell’onestà umana, prematuramente persa in numerose battaglie sotto bandiere diverse; a sorpresa, il finale del film ci rivela che in un contesto di collaborazione non c’è mai un salvatore, ma più di uno, sacrificio dopo sacrificio; pur evitando di pigiare sullo splatter come potrebbe, The Great Wall non lesina una certa leggera crudezza nell’illustrare il prezzo da pagare nella lotta contro i mostri. A sipario calato, gli accusatori del “white-saviourism” non potranno che indietreggiare.

Difatti, pare che The Great Wall voglia proporre un’idea di Cina globalizzata e in cerca di redenzione dal proprio passato (nel film si spiega come i taotie siano stati mandati sulla Terra come castigo per un imperatore megalomane) in cui, nella cooperazione tra i rappresentanti di oriente e occidente, si accantoni il peggio di entrambe le parti onde tirarne fuori il meglio. Ci mostra questa avventurosa utopia, fuori dal tempo e dalla storia, presentandoci dei personaggi tutto sommato umani per un blockbuster e regalando momenti di spettacolo non indifferente, per quanto prendendo le singole scene di assedio non si possa propriamente parlare di epicità. A differenza di quanto detto da molti, tuttavia, l’opera di Zhang si rivela un monster movie inusuale e abbastanza atipico. Di fatto è sia un siege-monster movie che un buddy movie ad incastro, a matrioska: i buddies sono a turno Damon e Pascal, Damon e Jing Tian, e a un livello superiore Europa/America e Cina. Il pericolo più grande, una volta arrivati alla fine dei suoi più che clementi centoquattro minuti (ce lo si sarebbe aspettato più lungo!), è la sensazione di aver assistito ad una succosa puntata dei Power Rangers. Saranno le armature di diversi colori fluo che paiono quasi tutine? Gli incassi in ogni caso sono per ora molto buoni, anche se non straordinari come preventivato; inoltre non tutta l’audience cinese si è espressa in modo favorevole sul web e sui vari Douban. Stiamo a vedere.
Nel frattempo, un minuto di silenzio per Willem Dafoe, che sarebbe dovuto essere un po’ Dennis Hopper in Apocalypse Now, e invece prosegue ad aggirarsi allucinato in lande battute dal vento del nord ovest, senza una bussola, senza un credo.

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