The Guys from Paradise

Voto dell'autore: 3/5
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The Guys from ParadiseSarebbe un po’ troppo considerare questo film come uno dei lavori minori del regista nipponico, anche se di fronte a due tra le più alte vette di espressione da lui raggiunte, ovvero Visitor Q e Ichi the Killer (in mezzo ai quali – assieme a FamilyThe Guys From Paradise è stato girato), questi ne esca inevitabilmente sconfitto. Ennesima conferma di quanto Miike sia abile a giocare con i generi e li utilizzi semplicemente per mettere in scena le tematiche a lui care, piuttosto che aderirvi in maniera pedissequa, The Guys From Paradise fin da subito si svincola da quello che in un primo momento potrebbe sembrare appartenere al genere prison-movie.

Il protagonista Hayakawa Kôhei, interpretato da quel Kikkawa Koji che già aveva prestato il suo volto al personaggio di Fushimi in City Of The Lost Souls, è un giovane salaryman giapponese di successo che durante un viaggio nelle Filippine viene arrestato per possesso di un chilo di eroina e di conseguenza incarcerato, in attesa di condanna. Miike ignora volutamente tutti i retroscena che hanno portato il giovane Kôhei a compiere tale gesto, non è importante nell’economia del film, dal momento che al regista interessa ben altro. Piuttosto, è evidente come fin dalle prime scene – l’ingresso in prigione, anticipato da una breve ma efficace sequenza di un ufficio deserto dove un telefono sta squillando a vuoto (si presume sia l’ufficio di Kôhei, in Giappone)  – la tematica su cui Miike vuole focalizzare l’attenzione sia quella della perdita di radici geografiche e culturali, riprendendo in parte il personaggio di Wada, protagonista di Bird People in China. Anche in questo caso, un personaggio ben inserito nella cultura e società giapponese si ritrova costretto a muoversi in un ambiente totalmente differente, in una zona dell’Asia il cui livello di civilizzazione è decisamente arretrato rispetto ai frenetici standard del Giappone: là – in Bird People in China – era la Cina rurale, qui le Filippine. L’ingresso in carcere di Kôhei è quindi l’inizio di un suo percorso interiore che da un primo momento di comprensibile rifiuto lo porterà progressivamente ad accettare e quindi ad abbracciare la sua nuova vita, dopo avere abbandonato ogni tipo di legame con quella precedente. Al regista bastano pochi minuti per trasmettere allo spettatore la volontà di Kôhei di non volersi integrare con i carcerati filippini: dopo il suo ingresso in prigione, questi viene accompagnato attraverso una serie di celle stipate di chiassosi personaggi, per giungere infine alla sezione riservata ai giapponesi – isolata dal resto, molto meno affollata e ricca di comfort, anche se per potervi alloggiare è necessario pagare una sorta di affitto. Una specie di microcosmo che rispecchia fedelmente la situazione su grande scala – l’isola nipponica, con tutti i suoi agi, dove il denaro riveste un ruolo fondamentale, che rimane separata dal resto dell’Asia – e dove il protagonista fa la conoscenza dei suoi compagni di cella, ovviamente giapponesi: Uno (Endo Kenichi , l’indimenticabile Yamazaki Kiyoshi di Visitor Q ), che ha abbandonato la moglie per aprire un locale nelle Filippine assieme alla nuova fidanzata; il pedofilo incallito Sakamoto e il bizzarro Philippine Taro, di cui non si sa nulla, nemmeno il suo vero nome. Ma il personaggio chiave, a cui Kôhei viene presentato di lì a poco, è Yoshida, un presunto gangster che non sembra nemmeno vivere in un carcere; la sua “cella” (e le virgolette sono d’obbligo) è un’ampia stanza in cui vive assieme alla sua ragazza filippina Belia, con tanto di divano, TV e persino una console Nintendo. Come se non bastasse, questi ha la possibilità di uscire dal carcere senza problemi, come se si trovasse in un albergo: grazie al potere del denaro è facile corrompere le guardie (e persino collaborare con loro in loschi traffici). Come si diceva, l’ambiente carcerario non è che un mero pretesto per inscenare altro, lo spettatore infatti non avverte alcun tipo di tensione tipica dei prison-movie, anzi, l’atmosfera tra i vari compagni di cella e persino con Brando – un altro privilegiato filippino che dà l’impressione di essere in spiaggia, con tanto di massaggiatrici alle sue spalle – è piuttosto rilassata, considerato il contesto. Una volta fatta la conoscenza di Yoshida, Kôhei non esita a collaborare con lui per guadagnare quindi anch’esso la possibilità di poter uscire senza problemi dal carcere (e poter utilizzare il bagno privato, soprattutto, un altro modo per distinguersi dal resto dei prigionieri), come un turista qualsiasi in vacanza a Manila; una situazione assai simile al suo lavoro “vero”, che tra le altre cose comportava anche incursioni nel campo dell’illegalità, nello specifico il dover corrompere dei personaggi politici a suon di quattrini. E’ in queste prime fasi della sua nuova attività che si comincia a percepire il suo cambiamento nei confronti dell’ambiente circostante, il suo adattarsi all’atmosfera più rilassata come si può notare dal fatto che il suo completo giacca e cravatta lasci spazio a t-shirt malandate decisamente più in linea col resto. Le sue speranze iniziali di un repentino ritorno al Giappone vengono ben presto a cadere nel vuoto, visto anche il disinteresse da parte della sua compagnia per la situazione che sta attraversando, riportategli dalla moglie e dal suo collega Sugimori, in visita al carcere.

Di elementi a supporto di tale metamorfosi se ne possono trovare a vagonate: durante la sua prima missione, ovvero uno scambio di misteriose valigette in una stanza d’albergo, questi tenta di scappare (per venire pizzicato poco dopo da Yoshida), ma quando in seguito gli si presenterà l’opportunità di farlo (e per giunta con una borsa piena di denaro) egli tornerà al carcere riuscendo persino a sbalordire i propri compagni. Il desiderio di appartenenza ad un gruppo che si trova in quasi tutti i personaggi dei film di Miike è anche qui ben presente, e dopo aver abbandonato la propria moglie (e il collega Sugimori) in un ulteriore passo in avanti verso la totale separazione della vita precedente, Kôhei non esita ad abbracciare la sua nuova famiglia, nella quale riesce a trovare persino una speranza di amore nella figura di Namie, altra giapponese costretta alla detenzione. Persino la sentenza definitiva di ergastolo, alla quale il protagonista sarebbe potuto benissimo sfuggire grazie al denaro nascosto nel frigorifero di un ristorante Giapponese (che in origine gli sarebbe servito per corrompere un politico), viene quasi abbracciata dal protagonista, come se il suo cambiamento venisse da lì in poi ufficializzato. E, sempre in linea con il pensiero-miike, le sorti del gruppo cominciano a declinare non appena questo comincia a sfaldarsi, perdendone i componenti. Nel momento in cui Belia viene infatti uccisa da una guardia corrotta dallo yakuza Yabumoto (un personaggio simile a quello interpretato da Taguchi Tomorowo in Rainy Dog – compreso il comportamento bizzarro, come si evince da una delle poche scene deliranti del film, che lo vedono trangugiare un bicchiere di sperma immerso nei petali di rose rosse), che è sulle tracce di Yoshida (è qui che si viene a scoprire il suo vero nome, Murakami, un banale truffatore rifugiatosi in carcere per sfuggire a Yabumoto), cominciano ad arrivare i guai. Durante il blackout provocato da un fulmine – che coincide proprio con l’uccisione di Belia – il frigo dove Kôhei ha nascosto i soldi viene svuotato dal padrone del ristorante per paura che il contenuto vada a male: quando questi scopre che, anziché carne, il pacchetto consegnatogli dal protagonista contiene un bel gruzzolo, pensa bene di farlo suo e abbandonare il ristorante; Taro viene pugnalato all’addome, e il gruppo così menomato si dà alla fuga dal carcere, grazie all’aiuto di Brando, servendosi di un bus. Il distacco di Kôhei dalla sua vita precedente è quasi completo, ed è proprio in questo frangente che il sentimento che Namie prova per lui viene esplicitato, nel momento in cui lei gli propone una fuga a due dopo avergli rivelato di possedere dei gioielli nascosti nelle mutande; l’offerta viene però declinata dal protagonista che non se la sente di truffare i propri compagni di viaggio (“E’ meglio essere fregati che fregare gli altri”, dichiara questi). Quando infine l’autobus è costretto ad inchiodare per non investire due bambini piangenti in mezzo alla strada – uno dei due è gravemente ammalato – il gruppo viene portato ad un villaggio immerso nel verde (anche qui, da notare il cambiamento cromatico dai colori smorti della prigione e della città al buio della notte – momento di passaggio, la crisalide che si trasforma in farfalla – fino a giungere al verde sontuoso che circonda il villaggio) e tutti i personaggi sembrano rendersi conto che un capitolo della loro vita è appena terminato: Taro si trasforma in una sorta di santone venerato dagli indigeni, Sakamoto che dopo aver curato il bambino continua la sua attività di medico del villaggio, Uno ripristina l’energia elettrica, tutti sembrano abbracciare la nuova vita con serenità. Peccato solo che Yabumoto e i suoi uomini riescano a rintracciare il gruppo e quando ogni speranza di salvezza sembra svanita per sempre, con i gangster che tengono sotto tiro l’intero gruppo, ecco che Uno si sacrifica facendo da scudo al resto dei suoi compagni; la sua tenacia nel resistere ai colpi che lo stanno bucherellando è tale che i malviventi si spaventino e scappino impauriti da questo bizzarro evento. Una volta soli, Uno muore, ma grazie a lui il resto del gruppo è sano e salvo. Ormai il Giappone è solo un ricordo, Kôhei si ribattezza Juan Mabini e concorre alle imminenti elezioni presidenziali, vincendole contro l’uomo che un tempo questi avrebbe dovuto corrompere: che la nuova vita abbia inizio.

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