The Handmaiden

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,80/5: 5 voti]

Intorno a uno scabroso romanzo cinese della tarda dinastia Ming sorse una leggenda per cui l’autore, destinando il libro ad un bieco funzionario di cui intendeva vendicarsi, cosparse i bordi e gli angoli delle pagine di veleno, ben sapendo che da vero sporcaccione l’ignaro malcapitato non avrebbe resistito a scorrerle avidamente con tanto di leccata di dito per voltarle meglio (ricordiamo Il Nome della Rosa?). Paradossalmente nel libro erano motteggiate proprio le sue lussuriose prodezze, immerso nelle quali, tra atroci dolori, avrebbe visto sfumare la luce. Ucciso dalla narrazione, morto dinanzi all’irresistibile proiezione di sé stesso: vittima della ricerca di un sottile paradigma del piacere che aveva perseguito in vita.

Se poco c’entra tutto ciò con la singolare ambientazione coreana anni ’30 di The Handmaiden, ultima fatica del celebre e celebrato regista Park Chan-wook, è al complesso meccanismo della narrazione e delle sue deviazioni perverse (tutti quei concetti a cui mettiamo la parola “meta-” davanti) applicato ad un antico (?) universo di erotismo panasiatico approcciato da un punto di vista quasi filologico, che il film fa riferimento. La vicenda non è certo però esente da contaminazioni, né è destinata ad un pubblico prevalentemente asiatico, anzi. Per cominciare, la sceneggiatura è tratta da un romanzo della gallese Sarah Waters, che i coreani hanno adattato ottenendo più o meno la sinossi seguente: nella Corea occupata dai giapponesi, un’orfana ladruncola diviene suo malgrado damigella di compagnia di una misteriosa dama nipponica, con il segreto fine di aiutare un bellimbusto nell’impresa di sedurla e circuirla. Ma niente è come sembra. E davvero, niente è come sembra in The Handmaiden. Sorvolando sui dettagli di un intreccio gustoso e meno complicato da dipanare di quanto possa apparire, diremo che Park fa sì che la nostra attenzione e le nostre percezioni vengano catalizzate dal gioco di interazione tra le due figure femminili (Kim Tae-ri e la modella Kim Min-hee), cameriera e dama, due donne semplicemente troppo meravigliose. Il loro rapporto con le relative sfumature e i sottostanti emotivi, visto nell’ottica dell’una e poi dell’altra rispettivamente nei primi due dei tre atti in cui l’opera è divisa, ci viene prima introdotto, suggerito, poi mostrato, mistificato, sbattuto in faccia, velato e infine nell’ultimo atto celebrato, estetizzato, superato. Combinando una sceneggiatura melliflua ma anche grave, austera che alterna insinuazioni a colpi alla nuca e dispiegamenti di intensità drammatica ad una forma maniacalmente curata, estasiante, di eleganza a tratti pittorica, Park si prende gioco delle nostre aspettative e della nostra capacità di vedere e prevedere: provoca, accende, diverte, strazia, medita. Le due interpreti femminili sono magnifiche, così come quelli maschili svolgono egregiamente il loro dovere (spicca il bellimbusto Ha Jung-woo, già visto in un analogo ruolo di sedicente giapponese nel buono The Assassination). Ma quando i sensi si riprendono dall’incanto della forma, anzi delle forme, e il senno è in pari con gli incastri di una storia che potremmo semplicemente scambiare per un solido “drammone in costume” alla coreana, è lì che il veleno di Park fa effetto.

Non siamo salvi. Non siamo salvi da un autore che ha ridimensionato la cieca violenza dei primi film (altre storie, altre vendette) per guadagnare in ricchezza narrativa e che ci costringe metaforicamente alla pratica rituale dell’ascolto del racconto. Ci relega nel buio delle sale ad agiati spettatori, come in una scena del film: a nostra volta riuniti intorno alla dama imbellettata che legge una storiella erotica. E vogliamo saperne i particolari. Esattamente come nel circolo di nobiluomini dipinto nel film, durante la visione anche noi siamo avvinti dal racconto e dal connubio tra azione, poesia e piacere, più che dal piacere stesso; ma anche quella di noi “veri” spettatori è morbosità? Nel film l’amore, un amore potentissimo, è veicolo per una via di fuga dal circolo vizioso di devianza, fonte di follia insanabile, che attanaglia una delle protagoniste, ma noi non siamo nel film e il film non celebra noi. Noi ci lasciamo intrigare, eccitare dal racconto e dai suoi risvolti, lasciamo che ci venga letta la nostra storia, restiamo occasionalmente con il fiato sospeso; facciamo le nostre previsioni e siamo addirittura compiaciuti se vengono infrante, mentre nel frattempo ci soffermiamo sui dettagli e ne godiamo. Siamo affascinati dal tutto, non riusciamo a distoglierne lo sguardo. Park in tutto questo è l’anfitrione, è colui che al tempo stesso disvela il voyeurismo nostro, quello dei personaggi e il suo; infine in un’ennesima burla, stavolta trionfale, consacra l’opera al coraggio di una ribellione selvaggia, lasciandoci a meditare su quale sia la trasgressione più grande. Imbastisce tutto questo per noi e sa che non ci cureremo di molto altro fintanto che saremo immersi nella narrazione. La riflessione di Park sulla promiscuità e sul languido compiacimento di narratore e spettatore, come sull’ambiguo patto che tra di essi sussiste, fa guadagnare al film in bellezza; una bellezza collaterale e sottilmente inquietante, un brivido difficile da captare e mantenere, in grado di oscurare temi minori e di più facile fruizione che alcuni critici e spettatori hanno pensato di scorgere nell’opera. In una delle scene più iconiche del film, tra funi e un manichino di legno apparso anche in uno dei poster più belli, Park ironizza sul compiacimento derivato dall’emulazione della realtà, catarsi grottesca tanto geometrica quanto insensata, assurdamente spettacolarizzata: decostruisce una scena. Il contesto dell’antica letteratura erotica asiatica, con il gusto maniacale per la riproduzione, le illustrazioni originali, la lettura e l’ascolto dei particolari più scabrosi nel degenero filologico, è perfetto per costruire questo tipo di riflessione: ma nella sua analisi del voyeurismo, specialmente cinematografico, The Handmaiden non punta davvero all’identificazione. In esso l’avvincente erotico e l’avvincente avventuroso collassano insieme, spargendo rovine e pulviscolo denso di indizi tra un twist e l’altro, ma ad uscirne vivi non siamo certo noi né il regista, quanto proprio le protagoniste, in qualche altra dimensione – la loro. Che noi scegliamo o meno di identificarci, l’epopea si è già conclusa, la tragedia è passata, una o più vite sono tracciate, e noi possiamo scegliere se essere usciti da un curioso e splendido dramma in costume, rielaborazione coreana di un romanzo gallese, o se esserci riavuti da un elegante vortice di infiniti rimandi e allusioni circa la narrazione e le sue forme, che sembra abbracciare l’eros ma forse lo sfiora soltanto. Di certo, per parlarci più da vicino e farci percepire emozioni e corpi tangibili, qualsiasi cosa sia, usa l’amore.

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

CONDIVIDI: