The Iceman Cometh

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IcemanComethAl di là del suo valore intrinseco The Iceman Cometh  può essere visto come un’istantanea sul cinema di Hong Kong  del periodo d’oro. Il film di Clarence Ford è, forse più di altri, paradigmatico del modo di fare cinema nell’ex colonia durante quel leggendario ventennio  che va dal 1977 al 1997.

Lo è  innanzitutto per l’energia e la libertà con cui mescola e ibrida generi e stili, con la maniera (apparentemente) scriteriata con la quale passa da un registro all’altro. Il plot già di suo presta il fianco alla compresenza di elementi diversi. Due guardie imperiali dell’epoca Ming, una fedele all’Imperatore, Zheng, l’altra una belva assetata di sangue, Feng San, grazie ai poteri di un’antica reliquia buddista, vengono trasportate nella Hong Kong dei giorni nostri. Zheng, che spaesato si caccia continuamente nei guai, viene preso sotto la custodia di una giovane prostituta, Polly, che lo impiega come protettore. Intanto Feng San si trova perfettamente a suo agio nella grande metropoli, essendosi messo al servizio di una banda di rapinatori. Gli eventi  non tardano a far incrociare di nuovo i loro cammini e i due riprenderanno, da dove l’avevano lasciata, una battaglia iniziata trecento anni prima.

L’incipit della vicenda, ambientato ai tempi della Dinastia Ming ha toni tragici, epici e addirittura violenti, e culmina in un duello in mezzo alla neve, davvero mozzafiato, in cui le spade dei due guerrieri scintillano ad ogni minimo contatto.  Non appena arriviamo nel presente il registro cambia bruscamente, con tutta una parata di personaggi macchiettistici,  di umorismo talvolta pure becero, di equivoci da “future shock” che vedono protagonisti Zheng e la tecnologia del XX secolo (ma è quasi toccante la scena in cui apprende della caduta della dinastia Ming da uno sceneggiato televisivo), per poi culminare in una lunga serie di siparietti da commedia incentrati sulla convivenza tra Zheng e la cinica prostituta Polly che degrada il colto e raffinato guerriero Ming a domestico. Ma non eravamo venuti a vedere un film di arti marziali? Il cinema di Hong Kong all’epoca era anche questo: contaminazione, plurigenericità, o come spiega chiaramente il regista Cha Chuen-yee  “puoi mettere insieme molti elementi diversi, magari dieci in un solo film. Il risultato è molto più spettacolare che in un film di Hollywood. E poi il ritmo è molto più veloce” (1). Man mano che procede il film cambia più e più volte direzione, accumulando gli elementi e le suggestioni più svariati. C’è il wuxia, genere che proprio in quegli anni era stato reinventato dal genio di Tsui Hark, da cui i due spadaccini mutuano il loro arsenale di capacità superumane (e relativi effetti speciali),  ma c’è anche molto del kung fu comico, genere da cui i due protagonisti Yuen Biao e Yuen Wah provengono, che rendono memorabili i combattimenti del film con le loro acrobazie e i loro stunt che visti oggi hanno ancora dell’incredibile. Ovviamente l’ambientazione contemporanea permette di far scontrare arti marziali e armi bianche con le moderne armi da fuoco, cosa che avviene puntualmente nel cataclismatico duello finale, dove c’è addirittura un accenno ai coevi film di Woo, con qualche timido rallentatore nelle sequenze delle sparatorie.

Come spesso accadeva in quegli anni, era abbastanza comune trovare al lavoro in una sola pellicola diversi grandi talenti, davanti e dietro alla macchina da presa. Qui, oltre ai due protagonisti maschili, nei panni di Polly troviamo Maggie Cheung, bellissima e divertentissima, reduce l’anno prima di As Tears Go By (1988) di Wong Kar-Wai. Dietro la macchina da presa c’è Clarence Ford, la cui regia elimina tutto ciò che non è strettamente necessario alla narrazione, omettendo qualsiasi pausa, dimostrandosi addirittura più audace di molti suoi colleghi in materia di montaggio, mostrando però allo stesso tempo una cura certosina nella fotografia, a tratti forse eccessivamente patinata,  e nella composizione del quadro.  Piccola curiosità, nel film fa un cameo (come guidatore della gru dalla quale si getta Yuen Biao) Wong Jing, che produrrà diversi film di Ford tra cui il famigerato Naked Killer (1990).

Lungi dall’essere un capolavoro The Iceman Cometh, riassume perfettamente il cinema popolare di Hong Kong di quegli anni, l’aria di libertà che vi si respirava, la sua natura bizzarra e anarchica, quella che lasciava perplessi i critici occidentali ma anche quello che fece innamorare migliaia di cinefili e semplici spettatori  in cerca di qualcosa di diverso dal solito cinema.

 

1) Alberto Pezzotta, Tutto il Cinema di Hong Kong, Stili Caratteri Autori, Milano, Baldi & Castoldi, 1999, p. 151.

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