The Imp

Voto dell'autore: 4/5
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The ImpThe Imp è un horror sovrannaturale proveniente dal cinema di Hong Kong in tempi di new wave. Rivisto oggi si può finalmente ricontestualizzare adeguatamente, lontani da manie e esaltazioni da (ri)scoperta esotica, guardando oltre gli elementi da analisi più classica.
La prima parte sfiora la perfezione, ben scritta e dotata di un ritmo robusto, ritmo che sulla seconda parte scema un po’.

Un uomo con moglie a carico prossima al parto vive in un tenore economico decisamente basso ed è in cerca di un lavoro dignitoso che possa assicurare alla propria famiglia, se non il lusso, un quieto vivere; il film si apre infatti su un colloquio di lavoro in cui le domande dell’interlocutore mettono a nudo tutti i nuovi bisogni di un mercato in sviluppo e tutte le lacune del protagonista. La raffigurazione della città di Hong Kong è comune a quella di altri film sporchi e cattivi del periodo, da Cops & Robbers, a Dangerous Encounters – 1st Kind, una città che contrappone quartieri poveri e sporchi in preda alla delinquenza, a slanciati grattacieli moderni e avveniristici, mostra una città in fase di cambiamento dove avvoltoi si arricchiscono stando al passo con i tempi mentre una popolazione impreparata subisce le rapide svolte sociali in atto. Per un istante ritorna alla mente il videoclip di Working Men di Sam Hui (anche OST di The Private Eyes), molto simile.
Il protagonista riesce a farsi assumere come guardia notturna in uno di questi grattacieli, lavoro subito presentato come ordinario e di routine, soprattutto viste le abitudini non proprio professionali dei colleghi che fumano sul lavoro o si radunano nella sala video per banchetti a base di zuppa di cane. Uno di questi durante il pasto rimarrà strangolato da un osso conficcatoglisi in gola. Portato d’urgenza all’ospedale viene operato ma nel momento in cui gli viene aperta la gola per l’estrazione chirurgica si risveglia dall’anestesia e cerca di ghermire colui che lo stava operando, vomita un gaiser di fanghiglia gialla e stramazza al suolo, morto. Purtroppo non sarà né il primo né l’unico collega a morire in modalità a dir poco stravaganti (un altro viene asfissiato da un quotidiano volante “posseduto”), finchè tutte queste morti attirano l’attenzione di un monaco, decisamente preoccupato da una serie di coincidenze oltre la norma. C’è di mezzo il grattacielo infestato ed è in pericolo sia la futura figlia del protagonista scelta come corpo per far incarnare uno spirito maligno che sé stesso e la moglie.

Ciò che più meraviglia del film è la risolutezza della messa in scena. Praticamente nel film non ci sono effetti speciali, nonostante le numerose morti, gli oggetti che si spostano, una ricostruzione di una dimensione spettrale alternativa ed esplosioni. A parte un paio di trucchi protesici (abbastanza elementari) e poco sangue, tutto l’orrore è evocato con un metodo semplice ed elementare, da sempre sinonimo stesso del fantastico hongkonghese: fumo e luci.
E qui non si parla più di semplice direzione della fotografia o di un po’ di fumo messo a caso, qui bisogna parlare di rigorosa direzione e regia sia del fumo che delle luci. Entrambi sono vivi, prendono forma, si differenziano ad ogni scena, creano o impersonificano lo stesso orrore, avvolgono e dissolvono corpi, luoghi e oggetti. Nella stessa scena capita spesso di vedere più fonti e forme differenti di fumo, una spiraliforme schiacciata a terra e un’ altra aerea e invasiva, mentre le luci vanno dal monocromatico (nelle dominanti fondamentali del verde dell’orrore e del rosso delle abilità del monaco), a lame sfumate che celano porzioni di schermo, appaiono timide a rappresentare luoghi in modo quasi impercettibile, incorniciano intere sequenze, creano più piani di attenzione nello stesso quadro.Un lavoro in questo senso magistrale che evoca stranamente sia certo cinema gotico che alcune visioni del nostro Fulci, soprattutto nella dimensione spettrale scovata dal protagonista nei sotteranei del grattacielo, nel finale (anche qua ho profondi dubbi che si tratti di una ricostruzione in studio, sembra di più un luogo isolato affumicato e illuminato da torce).

Insomma non è cosa racconta il film (che in fin dei conti è poca cosa), ma come e soprattutto come riesce ad evocare l’orrore (esemplare l’aggressione al monaco risolta solo dalle sue reazioni a qualcosa di invisibile e da effetti sonori, fumo e luci). Straordinario il terribile finale.

Il regista solo un anno prima aveva diretto un altro film maledetto, l’insipido e marcio The Beasts, rozzo prodotto violento in stile di tanti film sulla “estrema provincia estrema” americana degli anni ’70.
Produce nientemeno che Jeff Lau e il cast propone ottimi attori, tutti in ruolo.
Da non confondere con l’orribile X Imp, un horror di bassissima lega prodotto quasi un ventennio dopo.
Un film utile per approfondire lo studio e l’evoluzione di certe forme filmiche all’interno del cinema di Hong Kong e al contempo un classico dell’horror dell’ex colonia.

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