The Killing Machine

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Sonny Chiba torna a raccontarci la storia del suo paese post seconda guerra mondiale attraverso l’avventurosa vita di Doshin So, fondatore dello stile di lotta Shorinji kempo.
Come accade nella trilogia del karate (ispirata alle gesta di Masutatsu Oyama) scopriamo che le arti marziali e la loro filosofia sono parte integrante di una cultura dove l’onore e l’orgoglio scorrono nelle vene al posto del sangue, con radici impossibili da estirpare anche dopo l’infamante disfatta nel conflitto bellico.
Ovviamente gli avvenimenti narrati sono romanzati fino all’eccesso, in parte  vengono stravolti alcuni precetti che stanno alla base dello shorinji kempo, ma nei film di questo tipo è il lato spettacolare a far da padrone. La realtà dei fatti è materia da documentari.

La pellicola si apre con un pistolotto sulla nascita delle arti marziali, accompagnato da immagini di repertorio montate con scene girate per l’occasione.
Siamo alla fine della guerra, il Giappone fa parte dei vinti e Doshin So infiltrato come spia in Cina, massacra un gruppo di soldati nemici a colpi di karate, finendo il lavoro con una mitragliatrice.
Recatosi al quartier generale vede lo sconforto negli occhi dei suoi compagni e i toni di disfatta nelle parole dei superiori; li stermina senza pietà alcuna.
“Il Giappone è stato sconfitto, ma io non mi arrendo. Io non mi arrendo”. Un fermo immagine congela in primo piano lo sguardo d’odio di Doshin So.
Di ritorno nell’amata patria, “kaiso” (fondatore) constata come la moralità sia stata sostituita dall’ingiustizia, la speranza ed i sogni dei più giovani seppelliti tra numerose macerie e la nazione trasformata in un cimitero. Ormai legge ed ordine sono parole prive di senso.
Secondo la filosofia dello Shorinji kempo: “Tutto dipende dalla qualità dell’essere umano. Se il corso degli eventi umani dipende interamente dalle azioni della gente, allora per stabilire la pace cui tutti ambiscono, il solo modo praticabile consiste nel promuovere il maggior numero possibile di persone dotate di misericordia, coraggio e senso di giustizia.”
Così, partendo dal basso, Doshin So inizia a difendere la povera gente dai soprusi dei poliziotti, spesso in combutta col mercato nero. Una volta diventato “protettore” di un gruppo di orfani, li instrada sulla via dell’onore e del rispetto, come accade anche in Karate for Life, a quanto pare un punto fermo nella mitopoiesi di Chiba. Durante uno scontro con la polizia Doshin So ferisce gravemente alcuni agenti finendo in cella con una condanna a morte.
Le cose migliorano quando l’ispettore di polizia decide di liberarlo, riconoscendo in lui gli antichi ideali della nazione, nonché l’unico in grado di  far rinascere l’animo sopito del paese. Detta così può lasciar perplessi, ma una volta entrati nel vivo della storia, la scelta non sembra così azzardata. Rifugiatosi ad Osaka, Doshin So apre una palestra reclutando ragazzi dalle strade, cercando di “raddrizzarli” con la filosofia dello Shorinji kempo.
L’ultima mezz’ora del film è suddivisa dalle solite sfide tra scuole rivali, vendette cruente, una storia d’amore non consumata, l’immancabile showdown finale (uno contro tutti) al ritmo di ossa spezzate e arti disarticolati. Insomma il repertorio di Sonny Chiba al completo.

Killing Machine sembra quasi nato da una costola della trilogia del karate, pur avendo una propria personalità, a volte la sensazione di deja vù è dietro l’angolo.
La differenza sta nell’approccio alla storia, in questo caso meno romanzata e scevra di qualsiasi etica. La telecamera ci guida tra le vie di un Giappone alla deriva, tra rifiuti e povertà, facendoci partecipi degli orrori post bellici, soffermandosi sui volti smagriti ed impauriti di chi non vede davanti a sè alcun futuro.
In questo clima, Doshin So capisce che la sicurezza e la consapevolezza in se stessi data dalle arti marziali possono in qualche modo essere utili.
La retorica spesso abbonda e quando il film sembra voler andare troppo in là, Sonny Chiba lo rimette in carreggiata con sequenze di lotta al limite dello splatter, purtroppo  concentrate solo negli ultimi venti minuti.

Cast stellare e rodato che vede alla regia Suzuki Norifumi già sceneggiatore di Karate Bullfighter ed in futuro regista di Shogun Ninja (1980). Nakajima Yutaka, compagna di lavoro di Mr.Chiba in almeno una decina di film e la letale Etsuko ”Sister Street Fighter” Shiomi, coccolata dal nostro in numerose pellicole. Chiude la parata di ospiti il grande Tamba Tetsuro.
Killing Machine è un film che può accontentare solo i fanatici di Sonny Chiba.

Note a margine:
Bodhidharma (padre dello Zen) introdusse le tecniche di combattimento indiano in Cina 1500 anni fa, dopo aver lasciato l’India per trasmettere gli insegnamenti propri del Buddha storico, concludendo i suoi viaggi al Tempio di Shaolin Songshan nell’attuale provincia di Henan. Più tardi, quelle tecniche diedero vita a varie arti marziali che si diffusero nelle terre della Cina.
Doshin So si recò in Cina nel 1928, vivendovi per 17 anni, imparò le arti marziali presso i maestri di varie scuole nate dopo la rivolta dei Boxer e, dopo molta pratica, gli fu consentito di succedere a Tai Zong Wen, XX maestro dello Shorinji Giwamonken del nord. Ritornato nell’amata patria nell’Ottobre del 1947, Kaiso (fondatore) riordinò ed organizzò le tecniche che aveva appreso in Cina adattandole alle condizioni moderne chiamando lo stile Shorinji Kempo. Il resto è storia.

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