The Land of Hope

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The_Land_of_Hope-p2Nel finale di Himizu, il giovane Sumida  correva a costituirsi, intenzionato ad espiare le sue colpe per poi iniziare una nuova vita, lasciandosi alle spalle le macerie, fisiche e morali, di una società sull’orlo del collasso. Nella sua fuga collidevano speranza, disperazione e puro istinto di sopravvivenza. The Land of Hope  inizia dove finisce Himizu, è una storia del  dopo disastro, di una fuga alla ricerca di un nuovo inizio dopo che tutto è stato distrutto.

Protagoniste della vicenda sono due famiglie vicine di casa, gli Ono e gli Obata, che vivono serene in un piccolo centro agricolo dell’immaginaria prefettura di Nagashima. Un improvviso  terremoto e la seguente fuga di materiale radioattivo dalla vicina centrale nucleare,  costringe le autorità ad evacuare tutti gli abitanti nel raggio di venti chilometri dal luogo dell’incidente. Ironia della sorte il limite tra la zona sicura e quella contaminata passa proprio attraverso il cortile che separa la casa degli Ono da quella degli Obata. Gli Obata vengono evacuati contro la loro volontà, mentre  gli Ono devono dividersi: l’anziano padre Yasuhiko e la madre decidono di rimanere e convincono il figlio Yuichi e la moglie incinta Izumi a cercare rifugio in una città vicina.

Con questa pellicola Sion Sono ha deciso di confrontarsi direttamente con  il trauma che la tragedia di Fukushima ha causato nella società giapponese e lo fa con un opera complessa, discontinua e disomogenea ma a tratti davvero toccante e autentica. Sono, privato dei suoi giocattoli preferiti, ovvero erotismo e violenza, si trova a mettere in scena questo dramma umano che spazia tra un’ampia varietà di registri, da quello più prettamente politico a quello squisitamente umano. La regia di Sono cerca di  adattarsi di conseguenza, abbandonando l’onnipresente camera a mano in favore di inquadrature fisse e lenti movimenti di macchina, così come i toni della narrazione divengono più contenuti e pacati. Purtroppo la regia di Sono non sempre riesce ad essere all’altezza di ciò che sta raccontando: specie  nella prima parte, in cui si affrontano i problemi più macroscopici relativi al disastro, quali l’inettitudine dell’autorità, le falsità dei media e l’urgenza della società giapponese di dimenticare  in fretta l’accaduto, il film  scivola spesso nel didascalico e nel ridondante.

Man mano che procede The Land of Hope restringe il suo campo d’interesse e si riscatta quando la narrazione si concentra sulle vicende dei singoli e sui legami affettivi, l’unica cosa rimasta a persone che il disastro sembra aver privato di ogni dignità.

Come in molti altri film di Sono, centrale è  il tema della frammentazione del nucleo familiare, ma gli Obata e gli Ono non sono le famiglie disfunzionali alle quali il regista ci ha abituato, anzi quel poco che vediamo della loro esistenza ordinaria è quasi idilliaco. La separazione non è dovuta ad oscure pulsioni interne ma ad un inaspettato evento esterno e alla perdita delle certezze che esso comporta. Dapprima la separazione è fisica,  le tre coppie compiono precisi movimenti nello spazio: gli anziani Ono rimangono nella casa in cui hanno sempre vissuto, incuranti delle radiazioni che hanno già superato il confine  (immaginario) tracciato dalle autorità;  Yuichi e Izumi cercano di ricostruirsi una vita in una città vicina nonostante la diffidenza degli abitanti, mentre il figlio degli Obata e la sua ragazza, rientrano di nascosto nella zona in quarantena per  cercare i genitori di lei. Il tempo passa e più diviene chiaro che nessuno farà ritorno alla propria terra, più i personaggi si trovano a fare i conti con le ferite che il disastro ha lasciato nell’animo e nella psiche, ferite che mettono a dura prova i legami.  Sono, notoriamente un regista logorroico, decide di far parlare solo le immagini per dipingere la progressiva alienazione dei personaggi, regalando alcuni  momenti di grande lirismo: Izumi, ossessionata dall’idea che le radiazioni possano aver contaminato il suo bambino, svolge le sue routine quotidiane sigillata dentro una tuta anti-contaminazione mentre il suo rapporto col marito diviene sempre più freddo; l’anziana signora Ono, in preda alla demenza, toglie dall’armadio il kimono di quando era giovane e corre per le strade della cittadina deserta, danzando come se partecipasse alle feste tradizionali della sua gioventù; e infine i due giovani fidanzati che si aggirano per le rovine alla ricerca di due bambini spettrali.  Sono momenti venati di una sottile follia, tentativi  disperati di tornare ad una quotidianità ormai perduta, ma che celano la volontà di non soccombere e di continuare a vivere.

Una luce nuova, rispetto ai  lavori precedenti, è gettata anche sui rapporti tra le generazioni. In Himizu, genitori egoisti accusavano i figli di avergli rovinato la vita e preparavano per loro una morte prematura, qui invece ci troviamo di fronte a  figure genitoriali pronte a lasciare andare i figli e ad accettare dignitosamente la propria fine.  La  stessa frammentazione della famiglia non è più solo un abisso mortifero senza fondo, ma nasconde una scintilla di forza vitale che, forse, potrebbe far germogliare qualcosa di nuovo e più bello. Su questo Sono non si sbilancia, in un finale è tutt’altro che ottimista lascia intendere che la strada per la Terra della Speranza è ancora lunga, ma sembra che nell’universo cupo, malato e nichilista del regista ci sia adesso un piccolo  spiraglio di luce.

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