The Letters of Death

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Si dovrebbe veramente fare i complimenti agli studi e alle varie agenzie che si occupano della realizzazione grafica dei manifesti per le case di produzione cinematografiche thailandesi, così come a chi monta i trailer e a chi pubblicizza il film in rete. Per l’ennesima volta difatti ci troviamo di fronte a un horror (l’ennesimo, se si considera la prolificità delle produzioni thailandesi sul genere) che dopo aver fatto salivare più di qualcuno grazie all’originalità ed all’appetibilità del materiale promozionale si rivela puntualmente essere una cocente delusione. Più del solito, in questo caso. The Letters of Death nasce e si sviluppa esattamente come una sorta di clone del giapponese Ring (il quale ha già proliferato a sua volta generando cloni su cloni) e ne segue le orme in modo spaventevolmente pedissequo:

c’è una maledizione che colpisce un gruppo di vecchi compagni di scuola – riunitisi per l’occasione di una festa – e che li porta a morire in modi sospetti l’uno dopo l’altro, i due protagonisti scoprono che dietro a tutto ciò potrebbe esserci un loro vecchio amico all’epoca vittima di scherzi e vessazioni di ogni genere e partono così alla sua ricerca.

Tutto si riduce a questo, alla ricerca dei due protagonisti durante la quale di tanto in tanto muore qualcuno: potevano sembrare interessanti le lettere del titolo, ovvero delle buste che ogni ex-studente riceve ad inizio film e sopra le quali ad ogni morte va a formarsi magicamente la nuova parte di un disegno (proprio come nel gioco dell’impiccato al quale si fa riferimento nei poster), ma dell’idea in questione alla fine non rimane altro che un lieve abbozzo. Nella noia più totale ci si trascina per i canonici novanta minuti, tra effettacci splatter in digitale ed una caratterizzazione dei personaggi praticamente nulla. Con un pizzico di buona volontà si potrebbe anche prendere la palla al balzo per cercare di teorizzare e di contestualizzare l’incredibile esplosione che l’horror sta vivendo in Thailandia da qualche anno a questa parte, ma se i tre quarti dei risultati ottenuti sono qualitativamente alla pari di questo The Letters of Death allora stiamo freschi: difficilmente prodotti simili, così squallidi e derivativi, riusciranno mai a fare breccia in occidente e ad essere un giorno riscoperti. Neanche dall’aspirante Tarantino di turno. Tutto già fatto, tutto già visto. Dispiace anche per il bravo Mahasamut Boonyaruk, alla sua seconda prova da protagonista dopo lo splendido Citizen Dog, qua del tutto spaesato e fuori luogo. Passare oltre, prego.

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