The Magnificent Trio

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The Magnificent Trio è il remake dell’osannato Three Outlaw Samurai di Hideo Gosha, chambara di culto tra i fan del genere, ignorato dal grande pubblico ma, fondamentale come lo sono i film di samurai di Akira Kurosawa, soprattutto per la messa in scena e il linguaggio filmico quanto mai moderno.
Chang Cheh prende tutti gli elementi della storia che servono alla sua poetica: il sacrificio, l’onore, la lealtà, e li rafforza con una messa in scena elettrizzante, incorporando il suo riconoscibilissimo tocco nei combattimenti, nettamente più curati, elaborati e cruenti degli originali, ai quali aggiunge la sua visione fatalistica dell’eroe romantico.

I titoli di testa si aprono con delle immagini evocative, vediamo la bandiera Ming bruciare, mentre in dissolvenza si alza il simbolo Qing.
In uno studio vuoto, con pareti dipinte di un tramonto carminio, tre eroi lottano spalla a spalla circondati da un nugolo di soldati armati fino ai denti, la situazione è disperata, non sembra esservi via di scampo, il sangue scorre a fiumi, dopo essersi liberati dei nemici, un fermo immagine paralizza gli eroi, sembrano quasi delle divinità, sguardo fiero e arma in mano, appare il titolo: The Magnificent Trio.
Insomma, veniamo catapultati sin dall’inizio un mondo di fazioni in lotta, dove la bandiera innalzata è pregna del sangue degli innocenti, come tutte le bandiere lo sono.
Il ritorno a casa da una guerra dovrebbe essere un momento felice, invece Lu Fan (Wang Yu) si imbatte in un gruppo di contadini disperati, asserragliati in una capanna, con ostaggio la figlia del funzionario che amministra le loro terre: estorcendo la maggior parte dei profitti (una figura tipica, direi, di questi film). Lu Fan stanco di una guerra che non ha cambiato in definitiva nulla, decide di schierarsi con i contadini e aiutarli.
Il burocrate corrotto decide di liberare la figlia (Chin Ping) mandando dei tagliagole prelevati direttamente dalle prigioni; tra questi c’è Huang Liang (Cheng Lei) che una volta alla capanna riconosce in Lu Fan il suo compagno d’armi. Immediatamente decide di cambiare schieramento ed aiutare i contadini; i tagliagole davanti all’abilità di scherma dei due non possono far altro che ritirarsi.
Le cose si complicano quando il funzionario fa rapire la figlia di uno dei contadini in modo da organizzare uno scambio. La ragazza muore davanti agli occhi del padre che inferocito tenta di uccidere l’ostaggio, Lu Fang interviene salvandolo e proponendosi come oggetto di scambio.
Ovviamente l’eroe finisce in catene e una volta in prigione viene torturato fin quasi alla morte; verrà liberato dall’amico Huang Liang grazie anche all’aiuto della ragazza, decisa in qualche modo a porre rimedio alle nefandezze del padre. Al gruppo poi, si unirà un mercenario (Lo Lieh) stufo d’incarichi privi di onore, pronto a lottare per una volta in qualcosa in cui crede.

Ha inizio così lo scenario finale: da un lato abbiamo Lu Fan desideroso di vendetta e giustizia (è difficile capire in quale ordine a questo punto).
Huang Liang bisognoso di una guida che gli indichi la strada da seguire, senza la quale si sente smarrito, ed infine il mercenario interpretato da Lo Lieh, smanioso di riscattarsi da una vita vissuta a metà, vincolatala da catene dorate che anestetizzavano la sua moralità.
In secondo piano, come regola in un film di Chang Cheh, vi sono tre donne altrettanto importanti: Ching Ping che tradirà il padre facendosi poi monaca per aver disonorato la propria famiglia, l’amante del mercenario (una prostituta) capace di vivere il proprio amore intensamente senza vergogna o timore di alcun tipo, e la donna di Huang Liang, una contadina vedova a causa proprio dello spadaccino, capace di perdonare l’assassino del marito e pronta a ricominciare da capo.
Dall’altro lato abbiamo invece il funzionario corrotto, avido come tutti gli uomini di potere e pronto a tutto pur di mantenere il proprio status, cercherà perfino di avvelenare –invano- gli eroi nel drammatico finale.

Il sangue chiama sangue nei film di Chang Cheh, e questo non è da meno, i tre eroi affronteranno da soli il piccolo esercito composto da guardie private e mercenari, tra i quali spicca il diabolico Wu Ma armato coma al solito di uno strumento letale. Lo scontro porterà la morte di  Huang Liang (assolutamente da brivido) e alla risoluzione finale con l’arresto del burocrate.
C’è da dire subito che chi si aspetta un wuxia tutto combattimenti rimarrà deluso visto che buona parte del film è riservata alla crescita caratteriale dei personaggi, sempre in bilico su un precipizio di emozioni contrastanti; Lo Lieh e Wang Yu su tutti, danno una grande prova, preparando le basi per un futuro scintillante, che di lì a poco sboccerà in tutta la sua grandezza.
Se pur meno ingombranti che negli altri film, i combattimenti sono realizzati attentamente soprattutto negli ultimi 15 minuti, dove tutta la foga masochistica e sanguinaria del regista ci viene sparata contro con una violenza inusitata, i tre eroi si difendono come possono contro i numerosi nemici, il sangue sgorga copioso dalle ferite, zombi con frecce in corpo come dei puntaspilli, combattono con la forza delle proprie convinzioni mentre squarci rossi lacerano le carni.
La camera a mano si tuffa nella lotta, segue le volute eleganti degli spadaccini, sembra di essere lì, si ha paura che da un momento all’altro ci arrivi una spadata in faccia, viene quasi spontaneo schivare i fiotti di sangue, insieme al regista e al suo sguardo masochistico ci posiamo sui volti stanchi degli attori, cercando attimi di debolezza e di cedimento che parimenti manifestino la loro umanità, senza per altro trovarne, arde solo il fuoco della violenza: il sangue urla sangue.
Paragonato ad altri film del regista, questo The Magnificent Trio non sfigura affatto, certo,  qualche sforbiciata qua e là non avrebbe guastato, 103 minuti non sono pochi, soprattutto quando le location sono poche e una certa povertà di mezzi si fa sentire.
La regia fa il suo dovere, senza guizzi, notevole l’uso dei “carrelli” e della macchina a mano soprattutto nei furenti combattimenti; c’è perfino un “tentativo” di duello volante con il wire-work. Da notare come alcune idee di regia verranno poi adottate e perfezionate nel capolavoro The Golden Swallow.
Oggettivamente questo The Magnificent Trio non è un titolo fondamentale; certo è che gli appassionati non rimarranno delusi davanti all’epico bagno di sangue che deflagra in tutta la sua magniloquenza nell’epilogo. Per non parlare del pessimismo che pervade l’opera, impregnata com’è di un macabro romanticismo che accompagnerà il regista nei suoi film migliori.

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