L’Uomo con i Pugni di Ferro

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The-man-with-the-iron-fistsAnni fa, agli inizi di Asian Feast, tra le idee del sottoscritto, c’era stata quella di fare uno speciale incentrato sul rapporto tra la musica del Wu-Tang Clan e la cinematografia d’arti marziali anni Settanta. Rimase soltanto un’idea, ma l’uscita de L’Uomo con i Pugni di Ferro, debutto alla regia del Wu Mastermind, RZA, offre ora l’opportunità di ritornare, almeno in piccola parte, sull’argomento. Premettendo, che per analizzare tutto fino in fondo, ci vorrebbe un saggio, qui ci limitiamo alla recensione del film, con qualche spunto di approfondimento per gli interessati. Partiamo da Robert Diggs, ossia RZA. Per capire correttamente l’emergere del Wu-Tang Clan, e dei suoi singoli membri, nella prima metà degli anni Novanta, fino a diventare un vero e proprio impero multimediale, consigliamo la lettura di The Wu-Tang Manual e The Tao of Zu (entrambi scritti da RZA). Quasi subito diventa evidente, che la filosofia del Wu-Tang Clan, con le sue molto sfaccettature, va ben oltre i campioni di dozzine di kung fu movies, inseriti nei vari album di Genius, ODB, Method Man, Ghosface Killah e Reakwon.
Alla base di tutto però, c’è il profondo amore di RZA per i gongfupian e wuxia, soprattutto quelli della Golden Age. Per arrivare a L’Uomo con i Pugni di Ferro, il nostro ha dovuto fare una lunga gavetta. Dopo varie colonne sonore (tra cui quelle per Ghost Dog e Afro Samurai) e soprattutto dopo essere entrato nella cerchia di Quentin Tarantino, con il quale ha collaborato per il dittico di Kill Bill, il sogno tanto cullato si è avverato.
La sceneggiatura, scritta insieme a Eli Roth (Cabin Fever, Hostel) nel corso di due anni, partendo da un soggetto originale di RZA (del 2005), è fondamentalmente un collage di vari classici del genere. Di originale, dalla trama ai personaggi, non c’è nulla, ma ci arriviamo tra poco.

RZA è Thaddeus un fabbro fuggito dalla schiavitù e, raggiunta la Cina, ritiratosi in un piccolo paesino (evento mostrato nel corto animato, rilasciato qualche settimana prima dell’uscita del film), Jungle Village. Lì crea le armi più assurde, ma anche più letali che si siano mai viste. Quando una di queste armi uccide il capo del Lion Clan, la situazione precipita. Aiutato dall’emissario britannico dell’imperatore e dal figlio del capo ucciso, “The Blacksmith” dovrà non solo difendere se stesso, ma anche tutto quello che gli è caro.

Il riassunto di trama è volutamente sommario. Chi ha visto più di cinque film di arti marziali, non avrà grandi sorprese. Il fatto è, che la cosa non è tanto da attribuirsi a una cattiva sceneggiatura, ma proprio al genere stesso. Facendo le dovute distinzioni, molti classici del genere non si ricordano certo per la trama. Il che ci porta all’approccio concettuale di The Man with the Iron Fists. Un approccio che non solo vale per la trama, ma per l’intero film. I personaggi superficiali, le scene di combattimento e coreografie già viste, per non parlare dei dialoghi, che volutamente ricreano gli orrendi, quanto caratteristici, dubbing inglesi (aspettate di sentire i nomi dei personaggi) degli anni Settanta, spesso campionati da RZA, sono voluti. Il punto è proprio questo. L’Uomo con i Pugni di Ferro non vuole essere originale o ridefinire il genere e tantomeno ha in mente un’operazione post-post-moderna in stile Tarantino. No, l’obbiettivo dichiarato è quello di ricreare esattamente quel tipo di pellicole, che tanto hanno significato nella formazione del regista.
Abbiamo detto della trama, ma arriviamo al lato tecnico. Visivamente le scenografie dei set portano subito alla mente quelli della Shaw Movie Town (il film è stato girato a Pecchino e dintorni, nel corso di dieci settimane). Particolare attenzione è stata data anche ai costumi e alle armi, tanto da rendere l’illusione perfetta. Per quanto riguarda la messa in scena, alla sua prima uscita RZA se la cava abbastanza bene, anche se si può presumere che abbia ricevuto un mano da Tarantino e Roth, mentre per le coreografie è stato ingaggiato il grande Corey Yuen. Per fortuna, visto l’approccio alla pellicola, il montaggio pur dando ritmo alle scene d’azione, non le rovina con inutili stacchi. Nella tradizione dei kung fu movies del bel decennio, l’inquadratura viene tenuta il più lungo possibile. Già solo questo aspetto, eleva il film sopra la media. Per il resto, la confezione è elegante, grazie anche alla bella fotografia di Chi Yin Chang.
Parliamo del cast. RZA aveva già interpretato qualche ruolo minore al cinema, ma qui da volto al personaggio del titolo. Sapendo però di non essere un grande attore e tantomeno martial artist (pare abbia studiato Hung Ga per quasi due anni, ma non si nota affatto), pur essendo il protagonista, non si fa vedere molto – soprattutto nella prima parte – e parla ancora meno. Una decisione saggia e che gioca a vantaggio del personaggio, il silenzioso solitario. Chi invece la fa da padrone è un imbolsito e laido Russell Crow. L’attore australiano, chiaramente si diverte un mondo, è la cosa si nota. Lucy Liu fa lo stesso ruolo di Kill Bill, mentre nel cast cino-americano nessuno emerge più di tanto. Daniel Wu fa giusto un’apparizione. Ci fa invece moltissimo piacere rivedere Gordon Liu sul grande schermo, dopo il bruttissimo incidente dell’anno passato (ovviamente nel ruolo di Abbot of Shaolin). Anche la Queen of Blaxploitation, Pam Grier fa una breve apparizione. La vera gioia per gli appassionati però è rivedere due leggende del genere, come Chen Kuan Tai e Bryan Leung.

Naturalmente un gongfupian nel 2012, non può essere essente dalle influenze cinematografiche degli ultimi 30 anni. Di conseguenza, L’Uomo con i Pugni di Ferro, radicato come è nell’immaginario anni Settanta, non rinuncia a sconfinare nel wuxia degli anni Ottanta e primi anni Novanta. L’amore per Chang Cheh, Liu Chia-Liang, Tang Chia, Yuen Woo Ping, Jimmy Wang Yu, Ho Meng-Hua e Corey Yuen è innegabile, almeno quanto quello per Tsui Hark e Ching Siu-Tung. Uno degli aspetti centrali è ovviamente la colonna sonora e qui RZA è nel suo elemento. Non che ci fosse qualche dubbio, ma sia la soundtrack (con i Black Keys, M.O.P., Pharoahe Moench, Kool G Rap e il Wu Tang Clan al completo), sia lo score originale, composto insieme a Howard Drossin, spaccano. RZA ovviamente non ha rinunciato a inserire anche classici di Isaac Hayes e dei 24 Carat Black. In una scena, i più attenti riconosceranno addirittura Qian Zui Yi Sheng, il motivo cantato da Sally Yeah in The Killer.
Il difetto più grande è che RZA chiaramente ha voluto metterci dentro tutto, ma proprio tutto, e il risultato è un film troppo sbilanciato nei suoi diversi elementi. La Director’s Cut si aggirava sulle 4 ore e conteneva molto più splatter, che comunque non manca. L’idea di RZA era di dividere il tutto in due film, come avvenuto per Kill Bill, ma su insistenza di Roth l’idea viene fatta cadere e la pellicola si aggira sui canonici 90 minuti. Ora, con tutta la curiosità di vedere il materiale tagliato (tutta la parte flashback con Pam Grier è sospettosamente corta e rende il crossover con Django Unchained quasi inesistente; l’idea originale infatti prevedeva di far fare al personaggio di RZA un cameo nel nuovo film di Tarantino), è la durata che un kung fu movie dovrebbe avere, almeno se concepito in questo senso. Nella sceneggiatura originale, RZA aveva minuziosamente descritto i vari clan (tutti rappresentativi di diversi animali), le loro tecniche, le diverse armi. Di tutto questo purtroppo è rimasto poco (in questo reparto ci si aspettava decisamente di più) e non escludiamo, se non un sequel cinematografico, un proseguimento in forma animata (come è successo per Black Dynamite). RZA ha già annunciato una versione estesa per il mercato home video, ma appare evidente che i compromessi hanno impedito di realizzare la sua visione al 100%.
Il recensore e lo spettatore medio probabilmente liquideranno L’Uomo con i Pugni di Ferro come un’altra tarantinata, per non parlare dei puristi (si sa, sono quelli che si divertono meno), che senz’altro avranno da ridire. L’appassionato, che vede il film per quello che è, ossia un omaggio sconfinato al genere e in particolare alle pellicole della Shaw Brothers (le citazioni non si contano e non cediamo alla tentazione di listarle tutte qui), soprassedendo ai suoi non pochi difetti, invece si divertirà un mondo. L’Uomo con i Pugni di Ferro, va detto con tutta sincerità, è fatto esclusivamente per questo pubblico. Dopo vent’anni, per i fan del Wu-Tang Clan, il cerchio si è chiuso.

Per chi scrive, sono bastati i titoli di testa (sulle note di un remix spettacolare del classico, Shame on a Nigga) per essere risucchiato nel mondo di RZA.

Poster alternativi e bonus

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