The Matrimony

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The MatrimonyThe Matrimony è un altro lavoro che ha immeritatamente subito la smania incontrollata degli spree killer che hanno sparato a zero su quasi tutto quello che è uscito dal nono Far East. Peccato perchè dà sicuramente più piacere soffermarsi a godere dei contenuti di un’opera, che la devastazione barbarica fine a sé stessa (per quanto, a volte…). Innanzitutto sembra che nessuno si sia ricordato che parliamo di un mainlander, ed in quanto tale lo pone in una posizione meno privilegiata della media. Uno dei migliori, per giunta. Fare horror era inconcepibile fino a poco fa in Cina, dove il regime impone una rigorosa censura preventiva, e se vi è stato un allentamento delle ristrettezze è solo per motivi di esportabilità seriamente presi in considerazione. Davanti al denaro anche la più forte delle ideologie è capace di scendere a compromessi. Non è difficile immedesimarsi nel compromesso che ha dovuto accettare Teng Huatao per uscire dai sempre troppo opprimenti confini della Repubblica Popolare, accettando il fatto che è l’horror che rappresenta tra le poche incerte funicolari che collegano al grande pubblico d’Occidente. D’altronde la Thailandia, per sollecitare l’ormai non più recente sprint, ha mandato allo sbaraglio Wisit Sasanatieng, che a dirla tutta non ne aveva proprio bisogno, su terreni macabri con The Unseeable, quindi perchè non dovrebbe farlo un giovane 35enne tiepidamente affermatosi su un mercato ormai vastissimo come il territorio che lo ospita. E’ assolutamente innegabile che The Matrimony si presenti come una storia di fantasmi classica ed è l’elemento più debole di tutta la vicenda. Il che è semplicemente una fortuna visto che a Huatao non interessava minimamente valorizzarlo.

La storia di adulterio ai danni della moglie Sansan (Rene  Liu), tra l’operatore cinematografico Shen Junchu (Leon Lai) e la speaker Xu Manli (Fan Bingbing) esula dal fatto che quest’ultima sia tragicamente morta in un incidente. Quello che affiora dal film è la tragicità di un rapporto d’amore che si trascina avanti nonostante premesse insensate, un possesso che va oltre l’affetto verso il partner ed il rispetto verso sé stessi.

Ci si è chiesto perchè Sansan si ostini ad amare Shen dimostrando di possedere scarsa dimestichezza con i fatti della vita, perchè ricerca un oculato calcolo di interesse personale come se non appartenesse alla vita reale l’irrazionalità di amori ingiusti coltivati contro il proprio stesso volere cosciente, che riducono una controparte alla consunzione (in questo caso letteralmente).

Lontano da facili manicheismi, i tre sono nel torto comunque, anche se Sansan suscita pietà per il suo incondizionato amore. Lei è però colpevole delle sue pretese come lo è il marito per la sua egoistica debolezza e come lo è Manli per il suo rifiutarsi di volersi mettere da parte.
Ci si è visto Rebecca, la prima moglie e ci può anche stare ma è l’elemento oscuro del film di Hitchcock a non voler assolutamente affiorare in The Matrimony se non quando il film deve forzatamente accostarsi al genere horror.
C’è una forte e, questo sì forse, ingenua matrice metacinematografica nel film che non a caso vede i protagonisti venire da professioni che li mettono quotidianamente a confronto con radio e pellicole, attraverso i quali viene inconsciamente vissuto il loro dramma melò. Un aspetto nostalgico che, seppur eccessivamente semplice, fa onore al regista che esprime sé stesso più confrontandosi con la storia artistica del proprio paese, brutalmente castrata, che tenendo conto del patrimonio globale. Una personalità intimista e genuinamente nazionalista che fa onore, soprattutto perchè espressa in un prodotto venduto sin dalla genesi come merce da esportazione.

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