The Mermaid

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,33/5: 3 voti]

Aprile 2016. Al COP21 di Parigi i grandi della Terra firmano un accordo sul clima. A fare la figura del leone a sorpresa è però proprio la Cina, dichiarando che “finalizzerà le sue procedure legali interne prima del G20 previsto a settembre a Hangzhou”. Questo a dimostrare come il fattore ecologista sia fondamentale per un paese che ha visto come contrappeso al suo rapido e monumentale sviluppo un consumo di risorse parallelo ad una qualità dell’ecosistema in rapida discesa. Da qui parte Stephen Chow con un film apertamente specchio del presente e che si affianca a numerosi titoli cinesi dell’ultimo anno più “politici”, che guardano con maggiore attenzione alla contemporaneità della Cina anche in forma mediamente critica. Un film dichiaratamente ecologista fin dalle prime immagini di repertorio che lo aprono.
E il cinema di Stephen Chow assomiglia ad una sirena, una creatura dalla forma definita che nel corso dei secoli si evolve e muta parti del proprio corpo per adattarsi al contesto. In fin dei conti The Mermaid ha un’inizio che è strutturalmente identico a quello di Kung Fu Hustle:
Musica, titoli, immagini, la musica si spegne, cartello descrittivo, primo piano d’ascolto.
E sia il prefinale che il finale posseggono la costruzione musicale identica a quella dei finali rispettivamente di Kung Fu Hustle e Journey to the West.
Il resto del film di base è un ennesimo mescolio di elementi identici a cui viene cambiata posizione ma poggiati in un contesto narrativo del tutto nuovo; attori ormai fedelissimi (Kitty Zhang Yuqi da CJ7, Show Lo Chi-Cheung, Wen Zhang, Yeung Lun e Lee Sheung-Ching da Journey to the West, Chiu Chi-Ling e Lam Tze-Chung da Kung Fu Hustle, Tenky Tin Kai-Man da Shaolin Soccer e altri film del regista), elementi, gesti, scene, oggetti ricorrenti e infine le musiche che Chow, come Tarantino, va a rubare in altri film. L’atto geniale è che il regista cinese le va a rubare dai suoi stessi film. E quindi troviamo numerosi pezzi provenienti dalla sua filmografia che si vanno a sommare ad una colonna sonora straordinaria mostrando una qualità nella scelta delle musiche sempre più elevata.
C’è però un fattore da notare; ormai il cinema di Chow ha uno sviluppo modulare prevedibile e ripetitivo che alterna un film estremamente personale e di elevatissima caratura a prodotti minori, seppur di innegabile riuscita. C’è stato il capolavoro Kung Fu Hustle e poi il leggero CJ7, l’immenso Journey to the West ed ora questo The Mermaid.
The Mermaid ha una forma estremamente particolare. Come struttura narrativa è forse quanto di più occidentale creato dal regista; la sceneggiatura avanza per atti e momenti tipici da film americano e anche la regia è più classica del solito e propone ben pochi guizzi virtuosistici tipici di Chow. Al contempo però a livello contenutistico possiede alcuni dei momenti più tipicamente cinesi della propria carriera che -come per Shaolin Soccer– non possono che impedire al film una elementare distribuzione in un’Europa e Stati Uniti ancora inabituati a forme di cinema altro; alcune sequenze, specie quelle musicali, sembrano tanto quelle tagliate brutalmente dalla distribuzione internazionale nel caso di Shaolin Soccer. Probabilmente è questa tipicità sensibilmente cinese ad aver fatto si che il film diventasse il monumentale campione di incassi che ha abbattuto ogni record mai registrato in patria.
Come anticipato però il film è a tratti più anonimo del previsto, ha pochissime sequenze nonsense tipiche del cinema delle origini di Chow, tre al massimo (che guardacaso sono tutte mostrate nei trailer) e di cui solo una assolutamente irresistibile e limpidamente d’autore data in mano ad una coppia di protagonisti di Journey to the West (Lee Sheung-Ching e Wen Zhang). E poi come sempre tutti gli attori che recitano diretti come fossero lo stesso Stephen Chow, la nuova -bravissima- attricetta (Jelly Lin Yun) lanciata con la sua “classica” recitazione sopra le righe che ricorda a fasi alterne Shu Qi, Karen Mok o Cecilia Cheung, fino ad una comparsa (inutile) di Tsui Hark che sa tanto di passaggio di testimone alla regia per l’”imminente” sequel di Journey to the West.
Un po’ inconcludente, con effetti speciali di alterna fattura (da eccellenti a incomprensibili), sempre cartoonistici e con la cui resa naïf Chow sembra divertirsi un mondo, The Mermaid appare come una sorta di intrattenimento (tra amici) d’autore ma minore, in attesa di un’altra grande prova da regista. Per quanto poi sia un film che rimetta in pace con il cinema, straordinaria opera di genere, intelligente e di altissima classe, uno dei film più interessanti del 2016, resta comunque uno dei meno rilevanti della sua carriera da regista.

Salva

Salva

Salva

CONDIVIDI: