The Midnight After

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“Hong Kong non produce film di sci-fi!” arriva addirittura a declamare un personaggio durante il film. Ed è vero, Hong Kong ha davvero affrontato ogni genere nella sua lunga e complessa storia ma solo uno non è riuscito a sortire frutti particolarmente rilevanti e questo è stato proprio la sci-fi, dal passato fino ad esempi recenti come Control. Nemmeno Tsui Hark è riuscito a sfruttare il genere, lui che negli anni li ha rivitalizzati tutti (giusto Wicked City centra l’obiettivo, ma è un caso a parte su cui porre dei distinguo). Arriva alla fine Fruit Chan e firma finalmente il miracolo.
Così rari e così preziosi i film di Fruit Chan. L’avevamo lasciato un decennio fa in quel del Festival di Venezia con il gioiello contenuto nel film ad episodi Three…Extremes poi gonfiato e uscito in solitaria col titolo di Dumplings. Tornava a Venezia nel 2009 con Chengdu, I Love You. E nel 2013 qualcosa cambiava. Non (solo) nel suo cinema ma in quello di Hong Kong tout court. Hong Kong scopriva la ricetta anticrisi che non era più l’aprirsi al mercato mainlander per conquistare quote di mercato ma chiudersi a guscio e riconquistare il pubblico locale e quello internazionale che tanto aveva amato quel cinema. Con rigetto e spesso polemica nemmeno troppo velata verso la madre Cina. Fruit Chan è stato uno dei più polemici e politici in questo senso. Nel 2013 partecipa ad un altro omnibus horror, stavolta interamente locale, Tales from the Dark 1, film medio, a tratti tiepido, sottotono rispetto al sequel uscito in contemporanea. Mentre di questa nuova onda The Midnight After è il simbolo e il film più tipicamente e ostentatamente hongkonghese del decennio. E’ il film che prende la tipicità dei McDull, dei Golden Chicken o dei film intimi di Pang Ho-cheung e ne restituisce una visione blockbuster dalla valenza internazionale ma senza concedere nemmeno un compromesso verso un pubblico non locale. Giapponesi, coreani, inglesi e soprattutto cinesi, The Midnight After non tenta di strizzare l’occhio a nessuno e li accoltella tutti incluso il popolo hongkonghese da sempre osservato con occhio clinico e critico dal grande cinema locale. Ed è forse il titolo più lucido sulla contemporaneità del paese, lo specchio, seppur deforme, più vivido.
Per compiere il citato miracolo bisognava però partire da del materiale nuovo e innovativo, bisognava rigenerarsi dal nulla come il cinema di Hong Kong ha fatto nei decenni con una ciclicità quasi sorprendente. E il regista decide di adattare un famosissimo e recente web serial letterario (o meglio, parte di esso) poi raccolto in volume cartaceo scritto da un certo Mr. Pizza e intitolato Lost on a Red Mini Bus to Taipo.
Ora, quando uno spettatore guarda un film come Kill Bill: Vol. 1, Harry Potter o Il Signore degli Anelli perché riesce a concepire il film come parte di un tutto più esteso in virtù degli altri episodi e con The Midnight After no? Evidentemente c’è ancora un problema a monte.
Perché se è vero che il film si autosostiene anche da solo è pur vero che molte zone (specie nel rapporto tra Yuki e Shun che rivelerà nel romanzo grandi scenari e un fondamentale rapporto tra i due con base in Giappone), finale incluso, restano in sospeso. Tutto ciò non fa che alimentare la conferma di come il film, anche stilisticamente, si nutra di un liberissimo sguardo verso il passato. Che non sta a giustificare o supportare la sospensione di sviluppi narrativi, ma evidenzia e illumina ancora di più l’estrema libertà stilistica dell’autore. Un piatto completo, infatti, ci viene da dire, visto che il film inanella senza soluzione di continuità sci-fi, senso del grottesco con sbilanciamento nel comico, melodramma finissimo, e diverse sequenze disturbanti e affatto concilianti (su tutte, lo stupro di una ragazza già morta).

17 personaggi come legati da un filo del destino si trovano nel cuore della notte per cause di forza maggiore o imprevisti vari a dover prendere lo stesso minibus. E’ un’eccezione per lo stesso autista che per caso dà il cambio ad un collega. Una coppia che all’ultimo minuto scende dal veicolo poco dopo perirà in un incidente automobilistico. Inizia così il viaggio di questi individui male assortiti da Mongkok verso Tai Po. Ma appena il minibus esce dal Lion Rock Tunnel qualcosa di strano sembra avvenuto. Nella città che non dorme mai non c’è più nessuno, l’umanità sembra scomparsa; non un veicolo, né un turista, né una persona. Al contempo i cellulari funzionano ma nessuno risponde e tutti i siti internet, anche quelli di news non sono più aggiornati. Cosa sta accadendo? Sono tutti morti in un incidente come dice il burbero Wong Man-Fat (Simon Yam)? O c’è uno strano allineamento di destini e un viaggio verso la quarta dimensione come suggerisce l’indovina riconvertita a assicuratrice Ying (Kara Hui)?
Sia chiaro, la risoluzione ovviamente non viene fornita, ma di progressione narrativa ce ne sarà molta, visto che a corto di benzina il gruppo si sposterà successivamente in un ristorantino, il Wah Fai Restaurant and Cake Shop che fungerà da campo base. Nel mentre uno strano virus sembra diffondersi, uccidendo alcuni di loro. La teoria del virus sembra plausibile vista l’assenza di persone in città e l’improvvisa apparizione di uno sconosciuto che indossa una maschera antigas. Ma ci sarà tempo per evocare -oltre alla SARS- la tragedia di Fukushima e la presenza sia di nord coreani che di giapponesi in loco. Altri cadranno per diversi motivi e in assurde modalità fino alla svolta; una strana telefonata che raggiunge nello stesso momento tutti i sopravvissuti trasmette solo un inquietante rumore che una volta codificato rivela in codice morse un anomalo messaggio in inglese. E il messaggio non è altro che parte del testo della Space Oddity di David Bowie che con la sua saga di Major Tom che ha percorso tutta la propria carriera sembra essere una sorta di chiave risolutiva dell’intero enigma. Si opterà per fuggire da Tai Po inseguiti da dei mezzi militari sotto ad una pioggia rossa, dirigersi verso Kowloon e in rotta verso il monte Tai Mo devo sembra essere racchiuso il mistero principale (e dove c’è l’osservatorio e il radar meteorologico di Hong Kong e dove un tempo c’era la Royal Air Force inglese).

Non è sfuggita a nessuno, specie in patria, la nemmeno troppo sottile critica alla madre Cina tanto che il film a tratti sembra essere riflesso delle numerose manifestazioni di giovani che si sono svolte e si stanno svolgendo in quel di Hong Kong nel momento dell’uscita di The Midnight After. L’ipotesi di trovarsi 6 anni avanti rispetto al presente fa emergere battute sul futuro del paese, come i continui rimandi ai giovani visti come futuro e speranza del paese. Più volte vediamo gli adulti correre e vivere con forza impetuosa ogni istante inneggiando al passato e rivolgendosi ai ragazzi del gruppo con speranza e nostalgia; esegeta di questo atteggiamento è lo straordinario personaggio interpretato da Simon Yam che regala uno dei ruoli più memorabili della propria carriera. Ma poi l’entusiasmo e la sfida con cui Lam Suet attraversa i semafori rossi è stato visto come sorta di sfida e ribellione contro la Cina, come un’allusione vistosa può essere la pioggia cremisi finale che aggredisce il gruppo. Se Tai Po è il luogo in cui vive l’autore del romanzo, Kowloon è invece un luogo pulsante della città sempre affollato di gente, sezione urbana che rappresenta la città in sé. Una volta passati sotto al tunnel tutto cambia e scompare ricordando che in parte molte cose sono scomparse e cambiate dopo l’handover che ha restituito Hong Kong alla Cina. Il voler ripassare di lì fuggendo da Tai Po e prima di dirigersi verso i monti è una scelta vistosamente nostalgica che regala un delizioso finale.
Il cast è vario, alterno e funzionale ma a parte un inossidabile Lam Suet sono soprattutto Simon Yam e Kara Hui a fornire due interpretazioni allo stato dell’arte, struggenti, controllate a livelli macroscopicamente sopra la media.
L’uso che Chan fa della canzone di Bowie è di una competenza e una sensibilità allarmanti regalando una delle sequenze più straordinarie del 2014 cinematografico.
Fotografia, regia e montaggio viaggiano sempre a livelli altissimi, in parallelo come anelli di dna, restituendo un crescendo e una resa particolare, varia, ai limiti dello sconclusionato ma con un’efficacia innegabile.
Un mezzo capolavoro. Ma solo perché l’altra metà deve ancora essere girata.

Si ringrazia Lorenza Yeung per la consulenza locale e la raccolta di materiali.
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