The Monkey King 2

Voto dell'autore: 3/5
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Nel 2014 esce sugli schermi cinesi The Monkey King, uno dei vari titoli tratti dal fortunato romanzo di Viaggio in Occidente facente parte di un revival nutrito composto dal film di Stephen Chow Journey to the West, quello d’animazione Monkey King: Hero Is Back e altri adattamenti proposti in un breve lasso di tempo a cavallo dell’anno della scimmia. E’ un notevole successo soprattutto a causa delle robuste risorse investite anche se è un film che si dimentica in toto dello spettatore; non è cinema, è solo spettacolo, un continuo florilegio di esplosioni, moltiplicazioni, scontri, fondali, oggetti volanti luminescenti e lampeggianti per due lunghe ore. Incomprensibile e insopportabile.
Come al solito quindi le aspettative per il sequel erano davvero ai minimi termini; invece fortunatamente cambiano alcune dinamiche interne e stavolta almeno il film c’è.
Innanzi tutto c’è un rientrare nei ranghi nel cast coinvolto e l’eliminazione in toto della figura di Donnie Yen che in questo caso è una benedizione. Al posto del suo ruolo da attore nei panni dello scimmiotto troviamo quindi Aaron Kwok (che nel primo film interpretava Bull Demon King) e al posto del suo ruolo da coreografo troviamo un più ispirato Sammo Hung. Non che tutte queste modifiche servano a qualcosa visto che poi a farla da padrona sono le tonnellate di effetti digitali che divorano tutto e tutti. Anche narrativamente il film si raddrizza e mentre un occhio della produzione osserva fisso gli effetti l’altro fortunatamente guarda altrove. Il film quindi fa tesoro di quello di Chow, ammiccandogli più volte, inserisce più ironia e perturbante, narra in maniera più lineare raccontando in maniera ritmica e filmica la storia. Infine la regia di Soi Cheang che non c’entra nulla con un blockbuster del genere ma si fa però più presente e visibile. Tutti i difetti del primo si raddrizzano e il film in sé potrebbe anche essere un’opera di grandioso intrattenimento onesto, non fosse che il film di Chow resta comunque irraggiungibile grazie alla sua strabordante rimessa in discussione del mito. Però questo Monkey King 2 ha un apparato visivo a tratti davvero impressionante, degno del migliore Wuershan (Painted Skin: The Resurrection) che sembra ormai già dissolto in uno stile anonimo e di maniera e anche gli effetti speciali sono usati con polso, personalità (cosa assai rara nel cinema cinese che comunque ammicca ancora troppo a quello hollywoodiano, almeno nel campo dell’effettistica) e senso pittorico particolarmente spiccato. Oseremmo azzardare che The Monkey King 2  è -ad oggi- il picco più alto raggiunto dall’attuale effettistica cinese apparentemente ormai quasi totalmente competitiva con quella statunitense.
Il finale quasi incredibile (e che cita al contempo sia le invenzioni di Ray Harryhausen che lo stile della serie Garo) è in linea con il caos visivo del primo film, con migliaia di “cose” ed elementi che occupano e rimbalzano su tutto lo schermo ma supportato da una regia d’azione incredibilmente competente, con la differenza che stavolta l’effetto nonostante sia invadente non rimane mai soffocante e si muove al guinzaglio di una narrazione e una messa in scena più matura.
Fatti i debiti paragoni, la saga di The Monkey King non è altro che un corrispettivo di quella prodotta dagli Shaw Brothers negli anni ’60, opera tradizionale che non tradisce la fonte letteraria, ma gonfiata dei monumentali budget locali che attualmente vengono investiti e competitività con il cinema spettacolare di tutto il mondo.
E’ la tradizione locale riaggiornata al potere produttivo del nuovo millennio. Se poi si cerca un cinema d’autore e di spessore, il consiglio è -come già accennato- di rivolgersi alla versione portata sullo schermo da Stephen Chow.

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