The Monkey King 3: Kingdom of Women

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Solo Soi Cheang (Love Battlefield, Dog Bite Dog), regista mai abbastanza celebrato, è probabilmente capace di adottare un materiale di così bassa entità, fronteggiare le pressioni di una produzione macroscopica e riuscire a restituire in maniera quasi sussurrata un profluvio di invenzioni e di componenti di cinema così grandi.

Siamo giunti al terzo capitolo della saga di Monkey King ed è sempre più limpido come questa -ad oggi- trilogia non sia altro, per più motivi, che un corrispettivo aggiornato al nuovo millennio della relativa epopea in quattro capitoli prodotta dalla Shaw Brothers negli anni ’60.
Narrazione classica, rispetto filologico della controparte cartacea, effetti speciali bizzarri e sopra le righe.
All’epoca la saga si era ingolfata proprio nel quarto capitolo, The Land of Many Perfumes. Ed esattamente cinquanta anni dopo, il terzo capitolo della saga di Soi Cheang racconta lo stesso arco narrativo, di nuovo tratto dal romanzo classico di Viaggio in Occidente. E come allora subisce la prima crisi.

Perché se i precedenti due film avevano segnato dei significativi record di incassi con rispettivamente 182 milioni e 194, questo terzo capitolo si ferma a circa 115, ovvero a circa 60 milioni abbondanti in meno dei precedenti film a fronte di un budget di investimento di 87. Cerchiamo di riflettere sui perché.

Un pubblico generico stufo della franchise di Viaggio in Occidente, dopo il recente sovradosaggio di questa trilogia, del dittico di Stephen Chow (Journey to the West), di Wukong, della versione animata, di quella per la tv?

La concorrenza spietata di titoli locali come Monster Hunt 2, Detective Chinatown 2 e Operation Red Sea che durante il capodanno cinese hanno frantumato i botteghini?

I contenuti narrativi meno “decifrabili” e incasellabili rispetto agli altri film? D’altronde Monkey King 3 ha delle sezioni deliziosamente votate allo stupore infantile e al senso del meraviglioso per bambini. Ma al contempo forse per la prima volta tratta sensualità, sessualità, omosessualità, maternità e aborto non sempre con tatto particolarmente elegante.

Riduzione drastica delle sequenze prettamente d’azione a fronte di un pubblico che cerca invece emozioni forti? Questa sembra l’ipotesi meno convincente visto che spesso, nei film campioni di incasso, l’azione non è necessariamente elemento vincolante anche se il successo di Wolf Warrior II e Operation Red Sea potrebbe fare ipotizzare il contrario.

Ad oggi il migliore dei tre è il secondo, che si chiudeva con una monumentale sequenza d’azione che lasciava a bocca aperta e che era uno dei punti più alti del nuovo blockbuster cinese.
Monkey King 3 parte da lì e si gioca subito una sequenza di pari follia ed elaborazione. Ma il film prende successivamente strade ben diverse dai precedenti. Chiude con un’altra sequenza che fa rima con la prima e che pur buttandola su gigantismo e effetti vistosamente ragionati per il 3D e che su grande schermo devono fare il loro sicuro effetto, non risulta probabilmente competitiva con tutto il già visto in passato. Anche perché il villain finale non è incarnato da un classico demone spietato ma da una creatura empatica che non produce catarsi percettiva e che sarà addirittura ammansita dallo stesso Buddha.

L’altra sequenza d’azione a metà film è interessante più per meriti laterali che per l’azione in sé. Il resto del film è narrazione.

E’ commedia esile (mai ricercata come quella di Chow), è dramma leggero, è scemenza sparsa e buon senso del meraviglioso. La cosa interessante è il notare però la mano del regista che riesce ad inserire tocchi minimi, aerei, quasi invisibili di classe e altissimo cinema pur all’interno di questi materiali bassissimi.

Il pubblico di massa probabilmente nemmeno riesce a notare quel tocco leggero del maestro e subisce un film meno chiassoso e intrigante dei precedenti. Ma d’altronde questa pacatezza narrativa era già propria della controparte cartacea.

Il quartetto di protagonisti finisce suo malgrado in una comunità di sole donne in cui l’uomo è visto come la peggiore delle creature infette. In una comunità quindi in cui nascono solo esseri di sesso femminile e in cui l’amore è bandito e visto come virus è logico che l’idillio possa infrangersi sulle sponde di derive più o meno malinconiche e sentimentali.

La lunghezza dell’opera cartacea ha fatto si che nei decenni la saga venisse raccontata nei suoi esordi ma si affossasse praticamente sempre prima di un proseguo sensibile o meglio di una chiusura, riproponendo quindi una sequela estenuante e continua di stessi personaggi, eventi e svolte narrative. Soprattutto per questo è auspicabile un proseguo dell’epopea cinematografica, fosse anche solo per vedere messo in scena un monumento alla fantasia di tale portata nelle sue parti meno trattate e trasposte.

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