The Monkey King

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I 12 minuti netti di titoli di coda dovrebbero già suggerire la maestosità della cosa; The Monkey King ennesima riduzione per il grande schermo de Lo Scimmiotto / Viaggio in Occidente è probabilmente il punto di arrivo -ad oggi- del blockbuster cinese e una delle opere mainstream più colossali e stordenti di sempre.

Il 2013 è stato l’anno in cui il romanzo è stato riportato in auge; nulla di eccezionale, tra film e serie tv si è attinto a quelle pagine con una costanza ciclica, almeno una volta ogni 3-4 anni. Prima Stephen Chow, con lo straordinario Journey to the West: Conquering the Demons, un adattamento ardito e innovativo che prendeva per il collo le pagine e le reinventava in chiave quasi horror con una resa prossima al capolavoro. Libro di cristallino orgoglio nazionale, tanto che per un Kung Fu Panda americano sta ora arrivando un Monkey King in animazione digitale ambientato a New York, nel tardo 2013 è poi arrivato il film di cui stiamo parlando. A differenza di  quello di Chow che non partiva dall’inizio del libro, è da lì che invece esordisce questo The Monkey King e si blocca dove iniziava quello del regista di Kung fu Hustle. Ovvero narrata è la storia di Sun Wukong, la scimmia che sfida i cieli fino al suo imprigionamento nella montagna dei cinque elementi.

A differenza del film di Chow che reinventava e costruiva un mirabolante universo innovativo, questo The Monkey King, paradossalmente è molto più tradizionale conservando character design e spesso partitura visiva proveniente da tutte le visioni del passato note; non c’è infatti una grossa differenza tra questo film e le varie versioni degli Shaw Brothers, per capirci, ed è la probabile prima componente del successo ottenuto; The Monkey King, infatti, alterna costumi lussuosi, pupazzoni gommosi cartooneschi e décor pittoreschi come in passato. Il secondo probabile motivo di successo è la prova di forza dell’effettistica locale. Il 99% del film è girato su blue screen e tutto quello che vediamo è interamente ricostruito al computer con bonus del 3D. E ciò che viene ricostruito non è mai una stanza o qualcosa tutto sommato di minuto; il film è un continuo florilegio di set a prospettiva infinita, palazzi mastodontici sospesi nel cielo, lande distrutte e scontri aerei tra migliaia (milioni?) di combattenti con relativa devastazione di tutto ciò che di architettonico c’è intorno. E poi effetti dinamici, creature giganti, raggi energetici, tutto riprodotto al computer. Il problema in sé è che il gap tecnologico non è ancora colmato e quindi gli effetti funzionano a fase alterna specie quando non puntano al solito naturalismo. E’ quanto di più vicino possa esistere ad un blockbuster hollywoodiano contemporaneo; prendere un tema o una storia nota, deprivarla di ogni perturbante che possa escludere parte del pubblico e farcirla di temi e soprattutto tecnologia che possa forzare la gloria nazionalista del proprio paese. E infatti il tutto è sterile e vuoto come il 95% dei blockbusters hollywoodiani. Purtroppo nel nuovo millennio in un mercato che passeggia sempre più vincolato alle tecnologie in espansione e che fa dei gap e degli aggiornamenti tecnologici arma di conquista e colonizzazione, il blockbuster e sempre più un oggetto mangiasoldi vuoto e qualitativamente irrilevante se non nei propri aspetti meno incisivi (quelli tecnici, appunto). Il bello di certo cinema di quei paesi era l’inedita compresenza di cinema esplicitamente popolare che non negava poetica e spessore. Cosa che ancora avviene ma sempre più di rado. E quindi tutto è ricco, dalla presenza degli attori più pagati sulla piazza (Chow Yun-fat e un inutile e irriconoscibile Donnie Yen nel ruolo dello Scimmiotto), al regista, un grande poeta dell’immagine autore di grandi capolavori del noir (Dog Bite Dog, Love Battlefield) qui infilato in maniera invisibile alle redini di un oggetto totalmente lontano dal proprio stile e tocco. Sperando che l’incasso record del film possa permettergli di tornare a titoli più intimi e taglienti.

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