The Monster X Strikes Back: Attack the G8 Summit

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E’ stato un atto terrorista culturale, un evento rivoluzionario, un’azione da new wave il portare questo film alla Mostra del Cinema di Venezia (per questo, massima stima va al direttore della Mostra e ai ragazzi del CEC di Udine per la scelta coraggiosa). Le reazioni della stampa infatti –prevedibili e comprensibili- sono state spaesate, pregne di una incapacità di scrivere qualsivoglia nozione vagamente organica e sensata. Perché non solo di kaiju eiga parliamo. Ma parliamo soprattutto di uno dei più anonimi e sfigati kaiju (mostri giganti giapponesi) della storia, di un film di un regista particolarissimo del calibro di Kawasaki (Executive Koala, Calamari Wrestler) e di uno dei kaiju eiga più poveri di sempre. Il risultato è un film felicissimo, opera minore del regista e sorta di “upgrade” del suo precedente The World Sinks Except Japan.

Durante il G8 in Giappone, carnevalata di presidenti pittati in maniera grottesca in linea con il film sopraccitato (perfino il twist finale politico è lo stesso) una spora aliena atterra in loco e genera Guilala, creatura gigante atta a distruggere tutto ciò che gli si para davanti. I vari politicanti si adoperano per utilizzare di volta in volta armi della propria cultura onde abbattere il mostro nella speranza di donare luce propria a sé stessi e al proprio paese. Invano. Solo l’evocazione di Take-majin, divinità gigante, bucolica e strampalata potrà fermare la minaccia aliena.

Tutta l’ambiziosa impalcatura del progetto si rivela però essere affidata ad un bassissimo budget; una location in interni per la sala riunioni degli otto grandi, un paio di esterni e il riciclo di parti dei vecchi film dedicati alla creatura per mostrare gli attacchi alle partiture urbane. Ovviamente la stampa veneziana non è stata minimamente in grado di intendere e volere di fronte ad un’opera così ardita, colma di cultura (popolare) locale, di citazioni dell’universo tokusatsu (uno dei generali dell’esercito giapponese è interpretato da Kurobe Susumu, il primo Ultraman del ’66), di sezioni culturali prettamente nipponiche. Il Take-majin ad esempio è doppiato da (e plasmato sulle fattezze di) Kitano Takeshi, regista di capolavori del calibro di Dolls, Hana-Bi e Achille e la Tartaruga nonché superstar della televisione giapponese. Il balletto per evocare la creatura (con gesti abbinati alle parole “comaneci!”) fa riferimento ad un vecchio tormentone ideato proprio per la Tv dal comico; tutti elementi che sfuggono ad uno spettatore medio occidentale penalizzando la portata del film che è povero, ostentatamente povero e geniale, ma perfettamente in linea e coerentissimo con il cinema di Kawasaki (via alla solita caccia alle action figures dedicate alle creature dei precedenti film dell’autore nelle inquadrature di questo). Regia precaria, attori sovratruccati, comicità più o meno tagliente, fantasia al potere.

Un film minore, probabilmente, ma straordinariamente geniale e ardito, opera di nuovo libera, senza compromessi, senza pressioni economiche, un cinema gioioso e giocoso, povero e barcollante, infantile e frizzante. Un altro tassello mastodontico che si accosta e inserisce all’interno dell’opera del regista, una sorta di Takao Nakano più pudico, pulito e preziosamente autoriale.

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