The Peacock King

Voto dell'autore: 3/5
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The Peacock KingCon questa co-produzione tra Hong Kong e il Giappone (quindi sfruttando le competenze tecniche e effettistiche nipponiche) Lam Nai-choi si conferma come uno dei pochi registi (l’unico?) dell’ex colonia capace di presentare un apparato di effettistica, vario, complesso e eccezionalmente competitivo. Si potrebbe parlare di una storia parallela di un certo cinema di Hong Kong da abbinare a questo personaggio, vista la sua continua messa in scena di film ricchi e saturi di effetti speciali antecedenti l’avvento della computer grafica, decisamente eccellenti e superiori anche a quelli della factory di Tsui Hark. Di fronte ad una cinematografia come quella di Hong Kong la cui carenza maggiore (di nuovo, fino all’avvento livellatore e spesso globalizzante del 3D) è stato l’effetto speciale, si resta piacevolmente sorpresi quando, come in questo caso, ci troviamo di fronte ad ottimi effetti in stop motion, trucco protesico, animatroni meccanici e effetti ottici non pacchiani e chiassosi. E non è un unico caso, basti analizzare la carriera del regista per accertarsene, dai trucchi iper gore e cartooneschi di Story of Ricky, alle creature blobbiformi di The Cat fino a questo The Peacock King. In questo caso viene messa in scena una fauna di piccole creature deformi ma “kawai” animate a passo uno, un T-Rex manovrato meccanicamente, un’ottima mutazione da donna a creatura in parte meccanica e in parte animata a passo uno con uno stile tra il Rob Bottin e i film della Charles Band (pendendo un pò verso questa seconda opzione), il sorgere dalle viscere della terra di un castello di Gigeriana memoria, il “King Hell” (trucco protesico) e infine il pavone iridescente riprodotto otticamente.
Il cinema di Lam Nai-choi è un cinema fatto di momenti e di scene-climax:
Lo strangolamento con le budella di Story of Ricky, il duello cane-gatto di The Cat e in questo caso Yuen Biao che prende a pungi in testa il T-Rex o la splendida mutazione di Pauline Wong in creatura demoniaca. Mentre però negli altri film il contorno alle scene culmine era interessante, questa volta è poco coinvolgente e statico. E’ vero che è sempre interessante assistere ad un duello (storicamente) memorabile tra Yuen Biao e Liu Chia-hui, o che l’ascesa di King Hell è fortemente suggestiva (spesso in film del genere quando si rivela la creatura finale è quasi sempre un coitus interruptus visivo). Ma il resto della storia, checchè parli di armageddon e fine del mondo non riesce a coinvolgere più di tanto. Un ottimo cast annovera e contrappone volti noti e meno noti del cinema di Hong Kong e giapponese, inserisce un Phillip Kwok in cameo (un paio di inquadrature in tutto) e un Eddy Ko impettito e poco a suo agio.

Quattro porte devono essere aperte affinchè King Hell sorga dalle viscere della terra e possa portare l’armageddon. Ma per farlo ha bisogno di sua figlia (Gloria Yip) dolce ragazza, plagiata e incantata da una discepola del re dell’inferno(Pauline Wong). Scendono in campo due monaci uniti da un legame indissolubile, rispettivamente Yuen Biao e Hiroshi Mikami, per combattere il male e salvare la purezza della fanciulla. Nel frattempo viene inviato un discepolo del male (Liu Chia-hui) e il suo esercito personale.

Il film è tratto da un manga ed ha avuto un sequel con Saga of the Phoenix, mentre non ha legami con il film cinese Peacock Princess.

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