The Piano in a Factory

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Di ingiustizie è pieno il mondo, ma per conto nostro ci sentiamo di segnalare l’ennesima: l’indifferenza con cui viene trattato The Piano in a Factory. Non è possibile, infatti, che un piccolo gioiello del cinema indipendente cinese resti appannaggio del pubblico di alcuni festival. Tra questi, la tredicesima edizione del Far East Film Festival, dove The Piano in a Factory si rivelò l’inaspettata sorpresa che staccò il resto di diverse misure. Il dvd edito dalla Film Movements è troppo costoso per essere recuperabile da chiunque e oltretutto non presenta contenuti extra significativi. Purtroppo ad oggi rimane l’unico modo legale per procurarsene una copia. The Piano in a Factory è solo uno fra i tanti, tantissimi che subiscono un trattamento del genere, lo sappiamo bene noi appassionati. In questo caso però la sua scarsa reperibilità è ancora più grave, perché dal film può partire un interessante discorso sullo stato delle cose nell’industria cinematografica cinese. A fronte di produzioni abnormi in termini di budget, blockbuster agguerriti con cui cercare di contrastare lo strapotere hollywoodiano, la seconda prova di Zhang Meng dimostra che un’altra Cina è viva e vegeta. Il regista, che già ci aveva piacevolmente sorpreso con l’esordio Lucky Dog, fugge da opere che mascherano la loro pochezza con un involucro luccicante. Come Jiang Wen, seppur con meno slancio creativo al momento, qui si va verso un cinema molto più personale, ricercato e assolutamente più stimolante. Zhang Meng si e ci cala direttamente nella quotidianità mainlander. Il suo piglio malinconico è aderente alla realtà e restituisce la povertà che in Cina è sempre in primissimo piano. L’enorme tatto del cineasta non svilisce il degrado documentandolo freddamente, né tantomeno lo accantona servendosene solo come pretesto. Sta lì inevitabilmente, e più volte la macchina da presa, con movimenti lenti e precisi, si distrae soffermandosi sullo sfondo in cui si muovono i personaggi. Come a ricordarci in che condizioni vivono i protagonisti, come a bilanciare il tono della storia che vaga sospeso tra il duro e il leggero. Senza insistere, senza forzare l’empatia. Non si vuole obbligare lo spettatore ad un’analisi della miseria cinese, ma non si può prescindere da essa. Questo equilibrio è mantenuto, in maniera pressoché priva di sbavature, per tutta la durata di The Piano in a Factory. Allo squallore è infatti contrapposta tanta ironia. Stoccate al comunismo, con le affermazioni orgogliose e perentorie del protagonista per incitare i compagni al lavoro. Senza contare i momenti di danza e canto, imprevedibili, colorati, fondamentali.
Il film racconta le fatiche che Chen Guilin, musicista di strada, deve sostenere per convincere la figlioletta a restare con lui ora che i genitori hanno divorziato. Deciso che il talento musicale della piccola vada supportato ad ogni costo, allo squattrinato Chen Guilin non rimane che ingegnarsi, facendo leva sulla bontà di alcuni cari amici. Dopo qualche fallimento, opta per l’unica opzione rimasta: costruire un pianoforte da zero, sfruttando l’acciaieria dove i nostri lavoravano prima che chiudesse. Simpatico il gioco di parole nel titolo originale: 钢的琴 (gāng de qín). “Gāng qin” significa “pianoforte”, ma “gāng” vuol dire anche “acciaio”.
Zhang Meng è bravissimo nello sfruttare l’interpretazione di Wang Qianyuan nei panni di Guilin. Burbero ma buono di cuore, Guilin è un padre affettuoso anche quando perde la pazienza. L’attore è eccezionale, bastano le poche parole nel prologo per affezionarsi alla sorte del suo personaggio. Convinto, giustamente o meno non è il regista a dircelo, che le promesse di ricchezza della ex-moglie non siano il futuro migliore per la figlia, Chen Guilin si butta anima e corpo nella sua tragicomica avventura, con risultati di volta in volta spassosi e commoventi. Non meno brava di Wang Qianyuan è Qin Hailu nei panni di Shu Xian, la nuova fiamma di Guilin. Sempre pronta a supportare, economicamente e non, il compagno, Shu Xian è il sostegno più prezioso per Guilin. Ma andrebbero menzionati anche tutti i personaggi secondari, ognuno con i suoi problemi, le sue nevrosi, i suoi tic. The Piano in a Factory dà a ciascuno il suo momento di gloria, sicché sarà impossibile scordarseli.
Nota obbligatoria per la colonna sonora. Le note al pianoforte di Beethoven si mescolano alla musica di strada fatta di ottoni e fisarmonica, un connubio strambo ma funzionale. Il pezzo principale è cantato in russo, come a sottolineare il fatto che il film è ambientato nella Cina del nord, ma sembra provenire da un altro tempo, oltre che da un’altra cultura. La sensazione che traspare da alcune immagini risulta così vicina a quanto trasmesso da un Emir Kusturica. Il paragone è fin troppo facile, ma l’opera di Zhang Meng vive di vita propria e non ha nulla da invidiare alla carriera del cineasta serbo.
The Piano in a Factory va visto e basta. È cinema che va dritto al cuore dello spettatore, avvicinandolo alla Cina e alla sua realtà con genuina passione. Zhang Meng conferma il talento dell’esordio e, anzi, alza ancora di più il tiro. Il cinema cinese ha bisogno di registi così, ora più che mai.

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