The Rainbow Troops

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The Rainbow TroopsThe Rainbow Troops è un solido film di formazione che ha riscosso in patria uno straordinario successo di pubblico, dimostrando anche la forte vitalità produttiva e la notevole qualità raggiunta in questi ultimi anni dal cinema indonesiano. In un villaggio sperduto e povero alcuni ragazzi, figli di pescatori, che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di ricevere un’istruzione, iniziano a frequentare una scuola coranica, gestita da un anziano insegnante musulmano e della giovane e idealista figlia, la maestra Muslimah. Tutti nel villaggio lavorano nello stabilimento di una industria straniera e i figli dei dipendenti sono tutti allievi della scuola statale, gestita dalla multinazionale e quindi ben più avvantaggiata. Il destino degli allievi è quello inevitabile di diventare operai e impiegati come i loro padri. La scuola islamica non offre ai bambini soltanto la possibilità di studiare, ma anche di poter sperare in un futuro diverso. I principi che vengono inculcati agli alunni nella nuova scuola, sono tolleranza, sacrificio, impegno. I ragazzini e gli insegnanti non hanno niente, nemmeno una sede adeguata, ma nonostante questo imparano moltissimo, grazie a un desiderio indomito di apprendere cose nuove. Muslimah e il padre hanno rinunciato a stipendi e posizioni ben più elevate in nome di un’educazione imparziale per i più sfavoriti. Al di là dell’insegnamento religioso, (non c’é nel film alcun accenno al fondamentalismo, in favore di un Islam dal volto umano, conciliante e pacificato, in una visione decisamente edulcorata), conta soprattutto il principio che chi vuole veramente imparare e ha una vera passione supera qualsiasi ostacolo e che chiunque ha il diritto ad emanciparsi attraverso l’istruzione.

All’inizio alla scuola appena aperta non si presentano nemmeno dieci alunni, numero necessario a permetterle di continuare, ma pian piano essi dimostreranno la loro inventiva e capacità, e si prenderanno anche qualche rivincita. La loro creatività e originalità li farà primeggiare sulla scuola rivale con un’esibizione in una danza tribale indigena. Anche la preparazione in ambito prettamente scolastico dei “guerrieri dell’arcobaleno”, come verranno soprannominati, è decisamente superiore, nonostante le privazioni a quella “istituzionale”. Così la ricca figlia di un dirigente dell’azienda decide di unirsi al gruppo dei bambini della scuola islamica, donando loro libri e riviste di cui saranno entusiasti. La retorica e il sentimentalismo non mancano, ma il film è efficace e coinvolgente. Le immagini del paesaggio sono davvero splendide. I piccoli attori sono diretti con polso sicuro e scatta immediatamente una forte adesione col loro mondo. Le vicende di ciascuno di essi vengono seguite dal regista senza mai perdere di vista il contesto e il quadro generale. Resta l’appello accorato a un’educazione imparziale, priva di autoritarismo o conformismo, che non fomenti la ribellione violenta, la presa di coscienza di una realtà diversa a contatto con una natura lussureggiante e generosa. I bambini non sembrano provare rabbia o voler reagire alla loro condizione e questo non appare molto realistico, ma in un certo senso sono più oppressi i bambini della scuola statale che saranno costretti a ripetere stancamente le gesta dei loro padri senza una via d’uscita rispetto ai loro compagni che devono lavorare per mantenere se stessi e la famiglia e per andare a scuola devono percorrere chilometri a piedi o in bicicletta (molto toccante l’incontro ricorrente di uno dei ragazzini con un coccodrillo nel suo tragitto dall’abitazione alla scuola, che ha il sapore di un privilegio nascosto). Il nano ha insomma sconfitto il gigante.

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