The Ravine of Goodbye

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The Ravine of GoodbyeI giovani cineasti giapponesi riescono a evolvere nonostante la terribile crisi che ha investito l’industria locale nell’ultimo decennio. Sono casi sempre più isolati, ma che accendono un po’ di speranza a chi ancora a cuore certi percorsi del cinema locale. Omori Tatsushi è una di queste singolarità. Partito col botto con un film difficile e sgradevole, al limite dell’underground estremo, come The Whispering of the Gods, è riuscito a confezionare meno di dieci anni dopo un film mutevole e stratificato come questo The Ravine of Goodbye. La sgradevolezza Omori la usa anche come sottofondo per questo suo nuovo racconto; tanto è vero che per un attimo, data la vicenda narrata, sembra quasi di vedere aggirarsi gli spettri del cinema sulla violenza di Ishii Takashi, se non fosse che il registro adottato è quello di registi più celebrati e cerebrali, quelli che nel cinema giapponese trattarono la violenza e il sesso, si sporcarono le mani e se ne vennero fuori con capolavori come Violence at High Noon per citarne uno a caso, ma non troppo.

Allora non è un caso che il protagonista maschile Ohnishi Shima fosse un abituale frequentatore dei set del tardo e compianto Wakamatsu, mentre attorno ruotano una serie di attori fortemente abituati a calcare la scena indipendente piuttosto che quella meramente commerciale. Se il cast di comprimari è fatto dal fratello del regista Nao Omori (Ichi the Killer), Arata (Ping Pong, Yaji & Kita: Midnight Pilgrims) e Anne Suzuki (9 Souls, Hanging Garden), vuol dire che i valori di produzione sono di gran lunga più importanti a livello tecnico, non meramente commerciale, di quelli messi in campo mediamente dal cinema conterraneo. La scelta della protagonista è a suo modo significativa: una Maki Yoko libera di tutti gli orpelli che l’hanno sempre relegata ai margini di un mercato troppo competitivo per le giovani attrici e per cui si fatica a ricordarla nei suoi ruoli in pellicole famose come Battle Royale II o Princess Blade. Un po’ come nell’altro strano oggetto al limite dell’indie diretto da Sabu nello stesso anno Miss Zombie, viene fatto un buon lavoro di rivalutazione del talento attoriale per la Maki del tutto simile a quello della Komatsu. Si tratta di un modo strano di rientrare in scena, come se si volesse usare una porta laterale del teatro di posa piuttosto che quella principale, ma a suo modo importante per la sopravvivenza del cinema al di fuori delle sterili logiche commerciali.

Inizialmente si viene depistati dall’arresto della vicina di casa (Suzuki Anne) della coppia protagonista, ma la vicenda è in realtà incentrata sul loro oscuro passato che viene narrato per flashback prima del finale. Un orribile segreto lega i due. Non l’amore, ma il senso di colpa che attanaglia l’uomo rinsalda il loro legame. Come si possa provare empatia per un mostro violentatore, cosa che accade al giornalista (Omori Nao), che si trova suo malgrado a scavare nel passato dell’uomo, non viene nemmeno messo in discussione. Questo cliché di una coppia creata dall’accadimento violento è talmente radicato nella cinematografia nipponica, che a volte, da occidentali, si ha l’impressione venga brutalmente constatato, se non aggirato del tutto, senza alcun intento di denuncia. In questo caso viene sovraesposto in un intero dialogo, mettendo le cose in chiaro che no, non si può affatto, per quanto le frustrazioni matrimoniali del personaggio di Omori possano fiaccare la sua speranza nelle donne.

Forse il senso del film di Omori è proprio nel dare per assodato che non ci sia modo di rimarginare una ferita così profonda. Ad un certo punto recita la Maki: “Se tu fossi felice per la mia morte, allora non vorrei mai morire. Se tu ti sentissi meglio morendo, non te lo lascerei mai fare”. Senza scomodare troppo Eros e Thanatos, arrampicandosi sopra discorsi troppo complessi, lo squilibrio creato da quel singolo atto ha probabilmente mescolato i piani per i due. L’atto riconciliatorio tra il giornalista e la moglie a suo modo compensa l’irrimediabilità, il lento scivolare nella morte dell’altra coppia, come fosse una presa di coscienza, come fosse rallentare precauzionalmente in prossimità di un incrocio pericoloso. L’amore confina realmente con la morte in questo film. Questo è certo.

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