The Real Pocong

Voto dell'autore: 3/5
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The Real PocongAll’inizio di tutto c’è la saga dei Pocong, tre film usciti in un paio d’anni tra 2006 e 2007, dedicati alla tipica figura del morto ritornante nel sudario tipico della cultura musulmana dell’est asiatico. Non a caso il materiale pubblicitario del film non fa che strillare che il film è prodotto dallo stesso produttore di Pocong 2 e 3 e poi non si può resistervi trattandosi non di un Pocong qualsiasi, ma di The Real Pocong. Insomma le solite strategie commerciali da film di genere tanto care all’appassionato di cinema italiano, ma che vengono curiosamente investite sul film che probabilmente è più distante da queste logiche.

L’aria che tira si capisce subito dalle prime battute. Non c’è più nessuna ciurmaglia di adolescenti che avranno a che fare con un fantasma, bensì una placida famigliola che si sta trasferendo nella loro nuova casa ai bordi del bosco. L’atmosfera è decisamente Kinghiana e più volte sembra di essere incappati in un Pet Sematary in salsa indonesiana. Prova ne è la scena in cui la piccola Laura si perde nel bosco per seguire una presunta bimba fantasma fino a giungere ad un capanno degli attrezzi abbandonato.

Il prodotto in sé è un piacevole tentativo da parte del bravo regista Hanny R. Saputra di allontanarsi dai cliché e dai difetti degli horror conterranei e coevi. Il lavoro principale è svolto sull’atmosfera e quando il padre scettico sul paranormale è costretto a varcare la soglia tra questo mondo e l’altro per andare a recuperare la figlia rapita dal Pocong si ha quasi l’impressione di essere finiti in un angolo di qualche film dei fratelli Pang. E’ infatti a loro che corre il pensiero guardando questo film e si capisce come la loro cifra stilistica, nonostante l’avversione dei loro detrattori, sia stata una grossa influenza su tutto il sud est asiatico. Plauso scrosciante alla piccola protagonista Sakinah Dava: attrice in piena regola e vero perno del film, con una espressività ed una capacità di recitare tali da mettere in imbarazzo le nostrane vezzeggiate dive. L’unico punto in comune con gli altri horror indonesiani è proprio quello di essere imperniato totalmente attorno alle donne, solo che stavolta non sono ragazzine urlanti, ma persone vere e reali tra cui spicca la bellissima modella Kinaryosih che aveva già un ruolo nel primo Pocong. Peccato solo che nel finale crolli il castello di carte e la storia si arrotoli su se stessa: non un guizzo, non un tentativo di far salire l’adrenalina. Probabilmente le rigide maglie della censura indonesiana si fanno sentire fino a questo punto nelle produzioni cinematografiche limitando l’ovvio fattore exploitation che sarebbe stato presente in qualsiasi altra produzione mondiale.

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