The Rug Cop

Voto dell'autore: 3/5
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Sia che utilizzi pupazzi e tute in lattice invece degli uomini (Kalamari Wrestler, Executive Koala) o che diriga gli uomini come pupazzi (The World Sinks Except Japan, The Rug Cop) il cinema di Kawasaki è estremamente coerente e rimanda sempre allo stesso universo, quello del tokusatsu, le mille serie TV giapponesi fatte di supereroi e mostri più o meno giganti. O almeno –se non nella resa- questo è nell’assunto di base.
I nomi poi di Jissoji Akio (genio della settima arte, recentemente scomparso) come supervisore alla produzione e del folle Takao Nakano (regista di film in video sempre in bilico tra sesso e violenza ludica, come Killer Pussy, vagina dentata e letale un lustro prima del Denti uscito anche in Italia) sembrano essere sigillo di qualità e garanzia di delirio per l’opera. E così è. Kawasaki è un pessimo regista che solitamente dirige film geniali e deliziosi. Sembra sempre un prodotto per la TV ma al contempo la dimostrazione di come anche con un’estetica povera e pochi mezzi e –ci aggiungiamo pure- una competenza non brillante, si può fare grande cinema basato su inventiva, follia, intrattenimento e intelligenza. Non ci troviamo poi di fronte nemmeno a uno dei primi film dell’autore ma la regia è più sconclusionata del solito, a tratti amatoriale con alterna consapevolezza. Ma altrove il tutto viene compensato.

Una squadra di poliziotti deve battersi contro un’associazione terroristica che ha in mano un potente ordigno nucleare con cui ricatta il governo, pena l’azzeramento geografico di Tokyo. Ma la squadra di poliziotti è dotata di poteri a dir poco mirabolanti; uno quando si eccita vede spuntarsi un pene gigante laser che utilizza come mazza, un altro combatte a colpi di sudore mentre il protagonista lancia il suo parrucchino come la “Eye Slugger” di Ultraseven (con tanto di urlo/suono annesso). E questo toupet, con tanto di storia parallela a sua volta biforcuta (da una parte un contesto fantascientifico di creazione, dall’altro il dramma di un uomo calvo abbandonato da una donna) diviene svolta narrativa e ennesima riflessione sul diverso e la glorificazione e riscatto dei reietti.

Il tutto fasciato da continue invenzioni, sequenze karaoke, piccoli attimi di tenerezza, derive televisive postmoderne, e un cast di attori sorprendentemente funzionali. Insomma, l’ennesimo colpo riuscito per uno dei registi più intelligenti e coerenti del Giappone contemporaneo.

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