The Second Coming

Voto dell'autore: 3/5
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Un Herman Yau sempre più prolifico, quello che ormai dirige un buon pugno di film l’anno, muovendosi tra produzioni e co-produzioni in tutto il sud est asiatico e che torna al genere horror che lo rese celebre in passato. Yau ormai gira qualunque cosa tanto da sembrare il Miike hongkonghese. Peccato che a differenza del collega giapponese il regista diriga sempre tutto allo stesso modo, sia un film ad alto che basso budget e spesso con la stessa resa. Sembra l’unico ad aver superato indolore il passaggio di Hong Kong alla Cina, continuando a dirigere film sulla carta “importanti” ma al contempo esili e inoffensivi che scivolano via sulla pelle. O meglio, il suo cinema riveste anche una rilevante importanza in patria, ma qualitativamente resta sempre in un limbo anonimo che lascia ben poco ad uno spettatore generico non locale.
Per questo The Second Coming 3D si era addirittura scomodata la censura mainlander che era intervenuta sul poster del film (di suo abbastanza moderato) per limarlo impercettibilmente per il mercato interno facendo presagire il peggio. E c’è da dire che la sequenza iniziale è così eccessiva da evocare i vecchi horror degli Shaw Brothers; una donna rimane incinta in seguito ad uno stupro. Va al mercato, compra una elevata quantità di peperoncini e radici di zenzero, li spezzetta e li infila nella propria vagina spingendoli dentro con i chopsticks (i bastoncini per mangiare) provocando una vistosa emorragia. Superata questa sequenza shock il film inanella invece vicende di fantasmi rancorosi e apparizioni, scritte con i piedi, sempre fasciate da una fotografia luminosissima e color pastello al servizio del 3D. In mezzo a tutti questi colori splendidi e ad alcuni effetti digitali che cozzano con il contesto narrato, fortunatamente a metà film arriva in soccorso un secondo sussulto rappresentato da un’evirazione mostrata in dettagli grafici (con tanto di cane randagio che divora il pene tagliato). E avanti così fino al twist finale anche interessante ma che poggia su basi narrative già viste in passato. Il problema è tutto nella sceneggiatura che inanella troppe svolte casuali e forzate e negli attori che non sempre riescono a reggere l’impianto narrativo. Insomma, un film di Yau nella media, forse più fragile di altri nella sceneggiatura ma più ardito in quelle paio di inaspettate e sorprendenti sequenze sconvolgenti.

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