The Seventh Curse

Voto dell'autore: 3/5
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The Seventh CurseChow Yun-fat e Maggie Cheung in un film di Lam Nai-choi? Ebbene si, è anche questa la libertà del cinema di Hong Kong, forse dovuta al fatto che questa volta il regista, noto per i suoi terribili e irriverenti film culto come Story of Ricky, The Cat, Peacock King, si avvicina ad un prodotto simile -in quanto ad immaginario evocato- alla serie di Indiana Jones e quindi ad un universo leggermente più popolare. Logicamente da un regista del genere non ci si può di certo aspettare una rivisitazione pedissequa ed edulcorata e se qualcuno aveva storto il naso per le brevi sequenze violente inserite nei film dell’archeologo statunitense, rimarrà agghiacciato di fronte alla sfrontatezza e prepotenza eccessiva di questo film.

Di nuovo è in scena il personaggio letterario di Wisely ma solo in cameo e come deus ex machina sul finale (un deux ex machina armato di bazooka), interpretato stavolta da Chow Yun-fat. Per il resto del film seguiamo le (dis)avventure del Dr. Yuen (Chin Siu-Ho) amico di Wisely che in flashback vede raccontata una sua vicenda e del suo tentativo di sfuggire ad una maledizione tramite la ricerca di un Buddha gigante; al contempo si inserisce nella narrazione il personaggio della giornalista curiosa interpretata da una giovane Maggie Cheung.

Lo sviluppo è perennemente infarcito di sequenze di arti marziali o balistiche caratterizzate dalla continua tendenza alla deflagrazione fungiforme e alla demolizione architettonica. Spesso i due eroi si trovano soli contro centinaia di nemici ed ogni tecnica diventa improvvisamente lecita per abbattere gli avversari: armi di grosso calibro, investimenti automobilistici, violenza estrema. Il finale in bilico sul corpo del Buddha gigante nella posizione del loto e relativo combattimento anticipa di anni quello simile del film Ong Bak. Ma può un film di Lam Nai-choi essere un suo film senza un’abbondante dose di effetti speciali e ultraviolenza? Certo che no. Ed ecco così che un film placidamente popolare, in mano ad un ottimo regista di effetti speciali diventa un’altra sua opera caratteristica; un folle mago getta impassibile decine di bambini dentro ad una arcaica pressa al fine di spappolarli e canalizzarne il sangue in apposita pozza, mentre contro i nemici è pronto a scagliare un aberrante proto feto volante, letale e vorace. Affezionato alle metamorfosi (memorabile quella in Peacock King) questa volta il regista trasforma uno scheletro in una oscura creatura agilissima e enorme molto simile all’”alien” del film omonimo. Mentre per fare il bis con lo scontro di kung fu tra cane e gatto in The Cat si lascia andare ad un breve ma davvero intenso scontro di arti marziali tra un uomo e lo scheletro già citato. Non pago Lam espone nella sua vetrina filmica un nudo integrale mozzafiato, poteri arcani e magie, templi, sequenze balistiche, frammenti gore, trappole letali (che mai uccidono in modo semplice ed esemplare ma sempre intaccano l’integrità del corpo che mai ne esce nella propria interezza) non riuscendo però, in questo film fin troppo breve a tirare fuori un oggetto davvero compiuto e riuscito. Nonostante tutte le energie in campo (la presenza minima di Chow Yun-fat è imbarazzante) il film ne esce stiracchiato e poco organico, confuso e ambizioso ma assolutamente irrisolto. Sicuramente non tra le vette del regista, ma come accade spesso con i suoi prodotti, sinonimo di assoluto divertimento. Cameo attoriale di Wong Jing (che anche produce).

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