The Silent War

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The Silent War di Alan Mak e Felix ChongOltre al wuxia fantasy più recente che conquista i botteghini in patria, l’industria cinematografica cinese continua a guardarsi indietro con film storico-politici che ritraggono con occhio tronfio di patriottismo la grandezza del Partito Comunista. The Silent War sembra proseguire la strada tracciata dal bel The Message, con il quale, oltre a Zhou Xun, condivide il lavoro cui i due film si sono ispirati: le opere di Mai Xia. Alan Mak e Felix Chong (Infernal Affairs) imbastiscono un lungometraggio che si divide tra il thriller e la spy-story.
Tutto ruota attorno all’udito fenomenale di He Bing (Tony Leung Chiu-Wai), grazie al quale i servizi segreti cinesi riescono ad intercettare e decodificare i messaggi scambiati dai ribelli sovversivi. L’intercettazione è un tema caro ai due registi/sceneggiatori, come già avevamo visto nei due Overheard. In The Silent War, tuttavia, sembra più che altro un pretesto per tenere unita una sceneggiatura che non sa mai esattamente cosa vuole mostrare. La tensione e la caccia all’uomo sono soffocate da rallentamenti inopportuni, svolti melodrammatici che appesantiscono lo svolgimento degli eventi. Fossero stati più profondi, li avremmo anche potuti perdonare, ma la sensazione generale è che siano innesti narrativi poco funzionali alla storia principale. Mancano del giusto peso emotivo necessario affinché lo spettatore provi qualcosa. Stesso dicasi per i pochi momenti leggeri in cui He Bing mostra un carattere buffo. Confinate nella parte iniziale del film, queste pause comiche sono un lato del protagonista che viene messo da parte in fretta. Persa di vista la trama principale, si perdono per strada anche gli snodi che dovrebbero suggerire la soluzione del mistero. Il colpo di scena a mezz’ora dalla fine arriva piuttosto forzato, quasi un rilancio dell’interesse più che uno sviluppo da seguire. Il peggio, però, arriva proprio negli ultimi trenta minuti. La svolta drammatica risulta essere in realtà un pretesto per mostrare la determinazione di He Bing, e con lui quella del Partito. La sovrapposizione delle immagini del funerale con quelle dell’attentato cadenzate da una canzone lirica sono uno sfoggio di autocelebrazione ai limiti del pacchiano. L’eroe morto per la patria, il governo indistruttibile che soggioga i nemici, il finale sulla tomba: la retorica si spreca.
Lo spessore è totalmente assente anche nella caratterizzazione dei personaggi. I nemici, invisibili per giustificare il talento di He Bing, sono invisibili anche per lo spettatore, che guarda il film senza curarsi di loro fino al già menzionato colpo di scena. L’iniziale, interessante rapporto che si instaura fra He Bing e 200 (nome in codice del personaggio di Zhou Xun) diventa poco più che un contorno, spuntando regolarmente quando è il melodramma a richiederlo. Più volte viene da chiedersi: che fine ha fatto la madre di He Bing? The Silent War compensa la scrittura confusa con una messa in scena sontuosa, in alcuni momenti anche molto elegante. L’incipit in un rapido giro di azioni immerge decisamente bene nell’atmosfera da spy-story del film, l’ingresso di He Bing e il salvataggio di 200 sono ben orchestrati. In certi momenti la distanza dal cinema hollywoodiano simile è sottilissima, sia nel bene che nel male. Purtroppo non basta a salvare la pellicola dal torpore generale che causano i continui rallentamenti e una storia che non sa mai che piega prendere.
Alan Mak e Felix Chong, come altri prima di loro, si fanno cullare dalle risorse economiche del cinema mainlander. La produzione sfarzosa e la banale retorica inseriscono The Silent War nel filone di pellicole patriottiche che regolarmente escono sul mercato cinese. Cinema trascurabile, basato tutto sul messaggio che insiste nel ripetere e che svuota a più riprese lasciando poco su cui riflettere a visione terminata.

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