The Sleep Curse

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [2,00/5: 1 voti]

Come Wong Jing continua all’interno della propria carriera prolifica ad alternare progetti ciclici e ricorrenti, solitamente con un buon successo di pubblico e con risultati comunque coerenti, così Herman Yau ormai una volta al decennio almeno, gioca la carta della nostalgia del pubblico per i suoi classici Untold Story e Ebola Syndrome.

Che riflettendoci oggi, con un certo disincanto, sembrano le sue due opere migliori e più memorabili. L’aveva fatto nel 2008 con Gong Tau e ci ritorna nel 2017 con questo The Sleep Curse.

Non siamo assolutamente su quei livelli, né a causa di una (eterna) regia sfilacciata e impersonale, né per il non voler spingere il pedale su livelli oltre la media. Ma il film ha almeno alcuni pregi e note che lo distaccano da altri prodotti propri o altrui.

Innanzi tutto è più scritto del solito, seppur in maniera sommaria, e se bisogna aspettare il finale per ottenere alcune sequenze shock è vero che l’alchimia che mette in scena è abbastanza originale; ovvero una sorta di fusione tra Schindler’s List e un film classico di Hong Kong sulla magia nera sommato al tema dell’assenza del sonno.

Nel film infatti lo scienziato interpretato da Anthony Wong (attore feticcio nel genere e nei film già citati) sta compiendo delle ricerche per far si che nel mondo moderno l’uomo possa sopravvivere senza dormire, in modo da ottimizzare in maniera produttiva il tempo così recuperato.

Ma si innesta su questa premessa una maledizione generazionale trasmessagli da suo padre, sorta di salvatore di innocenti durante l’occupazione giapponese, ma che nonostante tutto era stato vittima di una incantesimo nefasto inflittogli da una ragazza abusata e uccisa, incantesimo che impedisce di dormire fino a portare alla follia, all’omicidio e al cannibalismo. Storia abbastanza confusionaria, in effetti.

Il film è grossolano e poco riuscito, Wong indeciso nell’interpretazione seppur bravissimo nel modo in cui viene diretto, ma sul finale, tra le altre atrocità, regala un dettaglio di un pene tranciato con una mannaia, infilato in bocca al legittimo proprietario che viene successivamente decapitato. Segue sequenza di Wong che se ne va in giro recando in mano la macabra composizione anatomica.

Visione abbastanza radicale all’interno del cinema locale. E questo è in effetti tutto quello che si aspettano e cercano gli spettatori del film.

CONDIVIDI: