The Slit-Mouthed Woman

Voto dell'autore: 2/5
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The Slit-Mouthed WomanPrima di tutto la notizia positiva: in questo film c’è Sato Eriko, le cui smorfiette e curvette nei confettosi panni di Cutie Honey hanno deliziato le platee di mezzo mondo. La notizia negativa è invece che in questo film la bella Eriko è vestitissima e serissima, tanto che il suo ruolo potrebbe  senza alcuno sforzo essere intercambiabile con chiunque riesca a fare un po’ di faccette angosciate. Il resto del film invece, dispiace dirlo, è davvero imbarazzante. E’ evidente come Kôji Shiraishi sia attratto dalle leggende metropolitane: così come in Noroi/The Curse (2005) il protagonista indagava su un misterioso appartamento infestato da una donna e un bambino fantasma, in un gioco dal lieve sapore metacinematografico a cavallo tra realtà e fantasia, anche nel caso di The Slit-Mouthed Woman il tema attorno a cui si sviluppa la vicenda è tratto da una storia dalle origini incerte che andava di moda raccontarsi nei cortili delle scuole verso la fine degli anni ’70.

Si narra che la donna dalla bocca tagliata, alta, lungocrinita, armata di un paio di enormi forbici e con la bocca orrendamente sfigurata ma ricoperta da una mascherina da chirurgo, rapisse i bambini per poi nasconderli in un posto segreto senza che questi riuscissero più a fare ritorno alle loro case.

Se si fosse mangiata i bambini e avesse vissuto in una casa appoggiata ad un’enorme zampa di gallina si sarebbe potuta definire una Baba Yaga in versione moderna. Peccato che il film costruito su questa popolare vicenda risulti a conti fatti essere davvero poca cosa, in cui Yamashita (la Sato), una giovane insegnante, indaga sulla scomparsa di un ragazzino della scuola che, guarda caso, è scomparso senza lasciare traccia, una delle sue allieve viene picchiata dalla madre mentre  il suo collega Matsuzaki (Kato Haruhiko – già interprete di Kairo di Kurosawa Kiyoshi) sente delle voci nella testa che si presume siano della donna dalla bocca tagliata. Tutto è piatto e noioso, i brividi elargiti allo spettatore si contano sulla punta delle dita della mano di un monco, e nemmeno la fotografia livida e uggiosa riesce ad infondere un minimo di disagio. Meglio a questo punto Noroi, il precedente lavoro di  Kôji, che tra ammiccamenti iperrealistici à la Blair Witch Project e bizzarri siparietti comici riusciva ad arrivare al termine con dignità, mentre qua ci si aggira dalle parti degli scialbi horror-fotocopia che il Giappone sforna a ritmo sostenuto da qualche anno a questa parte. Un film da dimenticare.

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