The Sorcerer and the White Snake

Voto dell'autore: 2/5
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The Sorcerer and the White SnakeA volte sarebbe bello e giusto arrivare completamente ignari in sala. Nessun termine di paragone, nessun pregiudizio. Niente che si ponga tra il film e lo spettatore, in modo da non essere fuorviati preventivamente. Certo neanche così sarebbe stato possibile salvare The Sorcerer and the White Snake dalla bocciatura. Ma almeno si poteva partire senza la speranza che un maestro del cinema di Hong Kong da troppo tempo incapace di entusiasmare fosse tornato a fare grande cinema. L’ultima fatica di Ching Siu-tung, proiettata in anteprima fuori concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia, si rivela purtroppo un fallimento completo. È stata dura unirsi ai risicati applausi di circostanza al regista e agli attori presenti in sala durante la proiezione.

Sotto qualsiasi aspetto, infatti, non c’è niente che faccia arrivare The Sorcerer and the White Snake alla sufficienza. L’abbondante utilizzo di CGI annulla qualsiasi intervento della regia. Ambienti e personaggi si limitano ad esistere e rappresentare sullo schermo lo sfoggio di un virtuosismo grafico che non sorprende perché ripetitivo e freddo. Svuotato di ogni vitalità, l’intreccio prosegue in un susseguirsi di effetti speciali, in un crescendo di digitale che vuole spettacolarizzare, vuole esagerare l’azione e creare un mondo fantastico che stupisca. Invece, l’azione non va da nessuna parte, tutto ha l’aria di un baraccone da luna park che vuole abbindolare con giocattoli di terza scelta. Le arti marziali, per quel poco che si vedono, non aggiungono niente di nuovo alla carriera di Ching Siu-tung. Si è preferito togliere fisicità ai combattimenti e lasciare tutti i duelli in balia di effetti di luce e onde energetiche, di svolazzi e ralenti. Il che all’inizio può anche essere interessante, se non altro nell’attesa di vedere che altro ci aspetta, ma è impossibile evitare di sbadigliare durante l’interminabile duello finale: in breve, Jet Li seduto recita un mantra che genera uno scudo con cui respinge l’attacco di Eva Huang, la quale con la sola imposizione delle mani gli scaglia addosso maremoti e un numero imprecisato di serpenti a non finire. Quindici minuti che non portano da nessuna parte, che non dicono assolutamente nulla. Tutto quello che avviene nell’ultima mezz’ora, in verità, è puro mestiere. È impossibile provare trasporto per la tragedia tra i due amanti perché la si perde di vista continuamente, a maggior ragione durante quell’eterno combattimento. Non appena si accenna uno sviluppo della trama arriva uno scontro che appare messo a forza, quasi volto a dimostrare testardamente le possibilità degli effetti speciali impiegati nel film. Il mondo di Ching Siu-tung risulta così un involucro di cartapesta, mai nemmeno per un momento in grado di affascinare con il suo mistero. Perché, di fatto, l’opulenza di ritocchi e presunti abbellimenti estetici priva di qualsiasi meraviglia l’ambientazione fantastica. Fino a scadere nel ridicolo. Come nella scena subacquea dove il serpentone cerca di sfondare l’ingresso del tempio, o nell’inseguimento fra Jet Li e il demone-pipistrello che termina nella gola di un vulcano. Sembra di guardare un videogioco, che non è quello per cui si è pagato il biglietto. Se dal serpente di gomma di Green Snake siamo arrivati a questi serpenti in CGI c’è solo da mettersi le mani nei capelli. Là c’era ingegno e creatività, qui cosa rimane? Di nuovo, mestiere.

The Sorcerer and the White Snake è fragile anche nelle sequenze più compassate. Troppo frettolose e troppo poche, non riescono a formare una catena di eventi credibile per appigliarsi alla vicenda. Laddove il romanticismo dovrebbe prendere il sopravvento, ci si ferma a osservare il contorno, perché non c’è poesia. Il bacio sott’acqua fra Eva Huang e Raymond Lam rimanda al simile bacio di A Chinese Ghost Story, ma Ching Siu-tung perde il confronto contro se stesso. Oggi sembra di assistere ad un videoclip sdolcinato, non si percepisce nulla del pathos che i due protagonisti dovrebbero comunicare a chi guarda, e l’occhio cade sulle orribili gocce digitali che circondano i due innamorati. Mancano inoltre ironia, imbarazzo e tensione, tutti elementi che rendevano unica la famosa scena del primo capitolo della saga dei Fantasmi Cinesi.

Dopo il mediocre ritorno di Wilson Yip con il suo remake di A Chinese Ghost Story, si era reso ancor più necessario per Ching Siu-tung riprendere le redini del fantasy. Invece, più di Yip, Ching peggiora la situazione, collezionando un altro passo falso nella sua carriera. Resta solo da sperare che questo approccio al fantastico resti un caso, e che altri indichino nuovi possibili percorsi.

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