The Story of Woo Viet

Voto dell'autore: 4/5
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The Story of Woo VietAl terzo film Ann Hui prepara le prove generali del successivo immenso Boat People con un diverso metodo e un diverso approccio alla materia. Le coreografie action di Ching Siu-tung spostano il film da un piano intimo alle (de)rive del genere, un po’ come nell’esordio di Wong Kar-wai, mentre nel film successivo il rigore sarebbe stato più raccolto con solo delle fughe aeree verso una macabra visione del surreale e dell’eccesso. Ma il senso di tensione e disturbo frammisto a disperazione è di pari livello, merito di un cast assolutamente in ruolo capace di rendere palpabile ogni emergenza emotiva, trascinata con una preoccupante e fortissima partecipazione e credibilità. Grande cinema, senza dubbio, nichilista e senza appigli come tante opere del periodo che sferzavano la baia anticiclone di Hong Kong in piena new wave.

Wu Yuet (Chow Yun-fat) è un profugo vietnamita in fuga verso Hong Kong su di una carretta della speranza; un inizio alla Scarface, volendo, ma deprivato di qualsivoglia epica. Unico appiglio nella perla d’oriente una assistente sociale amica di lettera. Ma delle spie infiltrate vietnamite sono nascoste tra i profughi, pronte a pareggiare i conti. Per sua (s)fortuna Wu è anche un abile combattente ed assassino, condizione che gli permette di salvarsi ma gli impone un’altra fuga illegale verso gli States. Il fatto di essersi innamorato di una sua “simile”, Sam Ching (Cherie Chung) lo farà finire in una Chinatown di Manila in cui la ragazza è stata iniziata alla prostituzione. Le abilità del ragazzo saranno messe sotto contratto da un malavitoso, la via si farà sempre più tortuosa e irreparabile fino ad un finale previsto e inevitabile di stampo tragico.

Rivisto oggi, il film riesce ancora a colpire basso, soprattutto nel fatto di vedere riflessa nella vita di Wu quella di tanti immigrati che approdano nella terra promessa (?) chiamata Italia.
Il film pur nella sua suntuosità e pulizia formale è pervaso da una fotografia funerea negli interni quanto negli esterni che decontestualizzano l’ambiente rendendolo un lugubre stato mentale più che geografico. I nomi coinvolti, mostrano uno straordinario coraggio e una incessabile voglia di cambiare le sorti del cinema del proprio paese e sono garanzia della riuscita del prodotto; innanzi tutto l’ottima e intima regia della regista e le già citate coreografie del maestro Ching Siu-tung che non osano una deriva eccessivamente spettacolare ma si trattengono in un compromesso con il realismo dell’azione.
Alla produzione Teddy Robin Kwan che quando non batteva cassa con le sciocchezzine della Cinema City si è dimostrato lungimirante produttore coraggioso e alla scrittura Alfred Cheung Kin-Ting uomo di cinema dalla carriera sconfinata vissuta sotto ogni mansione. Sugli attori abbiamo già speso lodi (Lo Lieh andrebbe una volta per tutte pregiato del giusto riconoscimento, più che un attore un macigno emotivo) mentre come assistente alla regia troviamo nientemeno che Stanley Kwan (Rouge) fedele alla regista in passato come in altri film successivi. Fondamentale.

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