The Street Fighter

Voto dell'autore: 3/5
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Ci sono film exploitation, che vanno ben oltre il valore della pellicola stessa. Uno di questi è, senza ombra di dubbio, The Street Fighter, che ha reso il suo protagonista, Shinichi “Sonny” Chiba, una delle indiscusse icone del genere.
Sappiamo che siamo in ballo per qualcosa di speciale, appena vediamo Chiba travestito da monaco buddista, mentre risuona la memorabile “title theme” composta dal grande Tsushima Toshiaki (l’intera saga dei Battle without Honor and Humanity, nonché tutti gli altri classici yakuza di Fukasaku), che mette lo spettatore subito nella giusta atmosfera per i novanta minuti a seguire.
A trent’anni di distanza, l’aspetto più interessante di The Street Fighter rimane proprio il personaggio di Chiba, un “anti-eroe”, che di eroico non ha proprio nulla. Takuma Tsurugi infatti è, senza mezzi termini, un figlio di puttana. Non una simpatica canaglia (come viene spesso rappresentato l’anti-eroe nel cinema americano degli anni Settanta), ma un autentico bastardo misogino, certo non più raccomandabile dei criminali che massacra a decine. Prendiamo l’inizio del film. Tsurugi viene ingaggiato per liberare un condannato a morte. La missione riesce, ma il fratello (Masashi Ishibashi, attore che avrebbe meritato maggiore fortuna) e la sorella del prigioniero non sono in grado di pagare la ricompensa pattuita. Questo fa imbestialire il nostro, che procede subito a violentare la ragazza e causa la morte del fratello. A questo punto Tsurugi, per recuperare i suoi soldi, vende (!) la ragazza, che naturalmente mezzo secondo dopo viene nuovamente violentata per poi finire in qualche bordello. Questo è il personaggio per cui si fa il tifo durante la visione.
Una caratteristica, questa dell’anti-eroe immorale/criminale, presente in molto cinema yakuza eiga degli anni Sessanta e Settanta. Basti pensare all’indimenticabile Rikio Ishikawa/Watari Tetsuya di Graveyard of Honor (Jingi no hakaba, 1975) del maestro Fukasaku Kinji.

La trama (una ricca ereditiera rapita deve essere salvata dal protagonista, che di passaggio smantella anche un’organizzazione criminale) di The Street Fighter, piena di buchi come altri film simili interpretati da Chiba in quegli anni, è ridicola, spesso esposta in maniera confusa e in fondo nulla più che una scusa per collegare una serie di scene d’azione. Il che ci porta al punto centrale del film, ossia le arti marziali. Chi è abituato alle coreografie del cinema di Hong Kong dello stesso periodo, non potrà non notare l’abissale differenza, di ritmo, ma soprattutto nello stile di combattimento. Chiba, il cui corpo sembra sul punto di esplodere, si muove lentamente, aggirando i suoi avversari come una belva in attesa di scattare. Il suo stile appare grezzo (a giudizio di chi scrive, il karate è decisamente meno spettacolare da vedere rispetto alle arti marziali cinesi), senza ornamenti inutili, ma talmente intenso che si trasforma in pura forza concentrata. Espressioni facciali esagerate, a dir poco, e suoni gutturali fanno il resto. Tsurugi combatte per uccidere, sempre.

Tarantino, prima di ingaggiarlo per Kill Bill, aveva omaggiato Chiba, e nello specifico la trilogia di The Street Fighter, già in True Romance (1993):

“I thought Sonny was the good guy.”

“He ain’t so much good guy as he’s just a bad motherfucker. Sonny don’t be bullshittin’. He fucks dudes up for life.”

E a questo non c’è altro da aggiungere.

Per alleggerire un po’ l’aria leggermente pessimistica della pellicola, a Tsurugi, che sembra odiare tutto e tutti, viene affiancata una spalla comica, che in realtà si rivela il personaggio più tragico del film. Sarà la morte di Rakuda (in una scena realmente commovente) a far perdere definitivamente le staffe al nostro, la cui rabbia per la perdita del suo unico amico si abbatte, come una furia e senza pietà, sui nemici, in uno showdown di quelli indimenticabili. Su una nave, di notte e sotto una pioggia incessante, Takuma chiude i giochi una volte per tutte, rimettendoci quasi la pelle.
The Street Fighter è conosciuto soprattutto per le sue massicce dosi di violenza. Non per niente fu il primo film negli Stati Uniti a ricevere un X-Rating per le scene di violenza (fino a quel momento, solo i film porno erano X-Rated), cosa piuttosto curiosa visto che sugli schermi americani era passato ben di peggio. Si pensi soltanto a due classici come Bonnie & Clyde (Arthur Penn, 1967) e The Wild Bunch (Sam Peckinpah, 1969), ma anche ai low-budget di un Herschell Gordon Lewis. In ogni caso, la fama di film ultraviolento non è certo campata in aria. Chiba spezza ossa, trafigge bulbi oculari, strappa giugulari e compie una castrazione a mani nude con la sua famosa mossa “strappa-palle”, spesso ripresa in pellicole successive. Vittima in questo caso è l’unico afro-americano del film, che viene adeguatamente punito per ben due stupri (siamo negli anni ’70 e del politicamente corretto – per fortuna – non fregava niente a nessuno). La scena più famosa e spesso citata (da Bruce Le fights Back a Romeo must Die) però rimane senz’altro lo sfondamento del cranio, mostrato attraverso una radiografia a raggi X. Sarebbe interessante scoprire come nacque l’idea.
The Street Fighter denota una certa cura formale, soprattutto per quanto riguarda la fotografia, ma non si discosta troppo dalla media del genere exploitation giapponese (dal punto di vista della messa in scena, senza dubbio, superiore a quella americana dello stesso periodo). Il punto di forza sta tutto nell’interpretazione di Chiba, che – in breve – spacca. La sua presenza scenica fa scivolare tutto in secondo piano. Nessuno lo tiene e nulla può fermarlo. Sonny Chiba è The Street Fighter. Un classico indiscutibile del genere.

Paolo Gilli

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