The Sword Identity

Voto dell'autore: 4/5
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Scoperto dal direttore Marco Muller e prontamente presentato nella sezione orizzonti del 68° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, The Sword Identity si rivela immediatamente come un’opera teoricamente straordinaria.

Le basi narrative possono sembrare classiche e risapute all’interno del genere wuxia a cui questo film si ascrive lateralmente; epoca Ming, quattro scuole di arti marziali che come gang si suddividono pacificamente il controllo della città. E poi gli invasori giapponesi, cacciati ormai da anni ma il cui eco sinistro aleggia ancora in loco e un invincibile spadaccino anziano in ritiro. La regola  detta che chi vuole fondare una nuova scuola debba prima battere le altre in regolare duello. Lo status quo viene sgretolato quando si presenta in città un guerriero (o meglio, un duo di guerrieri) proprio per sfidare le quattro scuole ma armati con spade che ricordano fin troppo fedelmente le katana giapponesi, proibite in Cina. Vengono quindi trattati come pirati invasori e cacciati. Uno è catturato, l’altro si rifugia in un battello ancorato al porto e, uno dopo l’altro, batterà tutti i guerrieri della città, rivelando solo alla fine che la propria arma è nientemeno che un’invenzione di un maestro cinese prodotta ai tempi delle invasioni per poter competere contro le affilate e lunghe lame del nemico.

Da anni, se non decenni, non si assisteva a riflessioni sul genere, sulla sua messa in scena e sulla coreografia, di tale inventiva e rivoluzione (forse una parentesi si può aprire giusto per il Seven Swords di Tsui Hark ma qui siamo se non oltre almeno all’interno di un sentiero diverso). Si, perchè nella messa in scena si respirano anime diversissime raramente direttamente conducibili alla ovvia fonte primaria attuale del genere ovvero il cinema wuxia di Hong Kong degli anni ’80 e ’90. In The Sword Identity si respira aria di chanbara, di Kurosawa Akira e poi di Patrick Tam, di New Wave di Hong Kong, di Shaw Brothers, di cinema di propaganda maoista e di opera di Pechino (alcune sequenze finali in totale e con una luce diretta sensibilmente artificiosa) come di Kabuki. Ritornano i piani sequenza negli scontri, come l’estrema frammentarietà statica nei colpi decisivi visto che la quasi totalità dei duelli è risolta con un unico colpo ponderato e astrattamente stilizzato. Evapora quasi in toto la levità aerea e la spettacolarizzazione dei combattimenti. La riflessione sull’arma non può non evocare altri film del passato (ovvio che a tornare in mente per primi siano proprio alcuni titoli di Tsui Hark tra cui in testa probabilmente il già citato Seven Swords) con questa katana lunghissima, sorta di adattamento dell’arte del “pole fighting” ma con la lama affilata solo in punta in modo da poter essere afferrata sul filo e usata a distanza ravvicinata. La regia avvicenda vecchio stile e lunghi carrelli a modernità aerea tipicamente cinese, a gru, a sequenze fluide quasi da videogioco. C’è una riflessione sulle arti marziali, ovviamente, c’è la psicologia e l’etica, la morale della spada e l’istante, la strategia e l’onore, ci sono i momenti più imbarazzanti e meno epici ed eccitanti del duello, in totale controtendenza alla spettacolarità imposta e imperante del cinema contemporaneo. Ci sono piccole rivoluzioni anche nell’apparato sonoro, un lavoro maestoso, rischioso e sperimentale che come per quello visivo, a fronte di tanta inventiva rischia di far sembrare il film più disequilibrato e goffo di quanto sia, quando il regista si abbandona senza compromessi alle proprie visioni e convinzioni (magari non tutte riuscite, ma è il rischio della sperimentazione).
Gli attori sono quasi tutti volti agli esordi ma si fa (ben) notare la carismatica presenza di Yu Chenghui, veterano, già villain di Jet Li nello Shaolin Temple del 1982.
Su tutto regna una filologia e un approccio storico rigoroso frutto delle competenze in materia dell’autore.
Alla fine si tratta di un’opera di un uomo che ha fatto della spada e delle arti marziali suo motivo di vita; scrittore (il film è liberamente tratto da un suo racconto), studioso, praticante e prossimo sceneggiatore e -soprattutto- consulente del nuovo Wong Kar-wai The Grandmaster; da solo, al suo esordio alla regia,  si carica sulle spalle l’intero progetto gestendone in solitaria la sceneggiatura, la regia, il montaggio e le coreografie. Imperdibile e prezioso.

 

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