The Three Swordsmen

Voto dell'autore: 4/5
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The Three SwordsmenL’anno di uscita del film è sintomatico: 1994. Due anni dopo Swordsman II (Ching Siu-tung, 1992) e un anno prima di The Blade (Tsui Hark, 1995). Questo vuol dire che il film è uno dei frutti (e uno dei frutti più maturi) di un metodo di fare cinema codificato verso la fine del decennio precedente dalla premiata ditta Tsui Hark/Ching Siu-tung mentre si avviava, e quindi è uno degli ultimi esemplari (uno dei più estremi), verso il crepuscolo del genere rappresentato dal film di Tsui Hark. Come dicevano Giona A. Nazzaro e Andrea Tagliacozzo nel fondamentale Il Cinema di Hong Kong, “provare a raccontare quello che accade nei novanta minuti scarsi del film di Taylor Wong è un’impresa da non poco”. Infatti la storia, complessa, frastagliata, verbosa, corale, frammentaria, è un susseguirsi di eventi inarrestabile che porta celermente alla rassegnazione dello spettatore nei confronti della comprensione della trama. L’attenzione si sposta quindi verso l’immagine e soprattutto verso il flusso di immagini. Due sono gli elementi più interessanti del film; il COSA viene messo in scena (non inteso come narrazione ma come singole sequenze) e il COME esso viene rappresentato. E bisogna ammettere che ci troviamo di fronte ad uno dei tentativi più ardui ed estremi di regia e montaggio che si ricordi. Talvolta, facendo attenzione, viene il dubbio che molto del film sia costruito a caso, tramite giustapposizione di inquadrature casuali, tant’è che spesso non si riesce nemmeno a percepire la dinamica delle azioni, nè tanto meno chi le sta compiendo. Non c’è nemmeno coerenza nella frammentazione del montaggio. Così come vengono utilizzate molte (troppe) inquadrature per una semplice scena in cui Andy Lau indossa una veste, brevissima sequenza (nella realtà filmica) composta da molte inquadrature spezzate e reiterate, così ce ne vogliono fin troppe poche per farlo uscire da un cratere, farlo volare via per centinaia di metri e farlo atterrare su un cavallo dove lo attende la sua bella, lontano dagli inseguitori. E, sempre un metodo affabulatore costruitosi in quegli anni utilizzato in modo più o meno discreto, è il fatto di poter far accadere qualsiasi cosa a discapito della continuità. Non è importante il set dove si trovano gli attori; in quel momento sarebbe interessante che un personaggio cadesse in mare. Ecco che nella successiva inquadratura, del mare appare miracolosamente di fianco agli eroi. La continuità dei raccordi è infranta in ogni stacco di montaggio. Quello che però sarebbe un difetto in qualsiasi film qui diventa pregio, e metodo, oltretutto ben efficace. Il risultato sono dei duelli furiosi, ancora più sporchi e epilettici di quelli di Ching Siu-tung, una sorta di follia che fonde il finale di Valiant Ones, e la furia pop del regista di A Chinese Ghost Story. Un vero piacere visivo, meno per lo spirito, visto che al di fuori delle sequenze coreografate cala la noia e la frustrazione di fronte al caos anche narrativo. E non basta un cast di attori di prima classe tra cui svetta un Andy Lau (Infernal Affairs) protagonista assoluto, Brigitte Lin (The Bride with White Hair) nel classico ruolo colmo di sessualità ambigua, e Elvis Tsui (Sex & Zen) in trasferta dai film pruriginosi.
Per i cultori del cinema weirdo non si può non accennare alla combattente che usa i capelli come arma, ai duelli in cui perennemente i corpi dei guerrieri escono ridotti a pezzi o in poltiglia, a soldati interrati fino al collo con un solo colpo di piede in testa, ai duelli furiosi e bizzarri, ai voli irreali e agli strani veicoli volanti che allietano il film. Non va dimenticato inoltre il valore pionieristico del film che per alcuni elementi anticipa sia La Tigre e il Dragone che Kung Fu Hustle.
Un altro film assolutamente da riscoprire in coppia con il bel Butterfly & Sword, due pietre importanti del wuxia (post)moderno.

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